Formula 1 | Ferrari, Hamilton e l’avversione verso il simulatore: non c’è correlazione
"Ho passato tante ore nel virtuale prima di Miami ma non è servito a nulla, la macchina reagisce in modo diverso", ha aggiunto
Il 2026 della dovrebbe essere l’anno della consacrazione definitiva per il sodalizio tra Lewis Hamilton e la Ferrari, ma dopo le prime tappe stagionali il bilancio è ben lontano dagli obiettivi sperati. Nonostante il podio conquistato in Cina e una gara comunque solida in Australia, il sette volte campione del mondo si ritrova intrappolato in una dinamica prestazionale che lo vede costantemente all’inseguimento del compagno di squadra. Leclerc, infatti, è sicuramente il punto di riferimento assoluto a Maranello, capace di estrarre dalla monoposto quel decimo che a Hamilton manca sistematicamente.
La situazione del britannico non è figlia di singoli episodi sfortunati, ma di un trend iniziato già nel 2025 e che oggi appare sempre più evidente. Sul passo gara nelle ultime due gare il divario con il monegasco è preoccupante. A Miami, weekend caratterizzato dal formato Sprint, il distacco tecnico tra i due è stato evidente: mentre Leclerc lottava per le posizioni di vertice, Hamilton navigava nel traffico, lamentando un feeling precario con la sua Ferrari, complice anche un problema di surriscaldamento alla power unit e un deflettore danneggiato nel primo giro dopo un contatto con Colapinto. Per invertire questa tendenza, Lewis ha tentato una strada che per anni non aveva preso più di tanto in considerazione: l’immersione totale nel lavoro virtuale.
Il fallimento della correlazione: quando il virtuale tradisce la pista
Hamilton, storicamente un pilota che predilige il “sentito” del sedile rispetto ai dati sintetici, ha deciso di forzare la propria natura. Nelle settimane precedenti al Gran Premio di Miami, ha trascorso sessioni fiume al simulatore di Maranello, cercando di cucirsi addosso un assetto che potesse finalmente garantirgli la fiducia necessaria. Il responso della pista, però, è stato impietoso. La correlazione tra le ore passate davanti agli schermi e il comportamento della vettura sull’asfalto della Florida è stata quasi nulla.
Questa discrepanza tecnica ha gettato il pilota in uno stato di profonda incertezza. Il problema non risiede nella bontà del simulatore Ferrari in sé, visto che Leclerc ne trae regolarmente benefici, ma nella capacità di Hamilton di tradurre quegli input in una guida redditizia. Sulla frustrazione legata a questo metodo di lavoro, Lewis ha spiegato senza troppi giri di parole.

Lewis Hamilton durante il weekend di Miami – XPB Images
“Non è un mistero che io non provi una particolare attrazione per l’attività al simulatore, eppure prima di questa gara ho deciso di utilizzarlo ogni singola settimana, impegnandomi a fondo per migliorare la correlazione con la pista. Ti dedichi alla preparazione, guidi per ore, cerchi di affinare l’assetto nei minimi dettagli e arrivi a credere di aver trovato la direzione giusta, ma poi quando scendi sul tracciato reale ti rendi conto che quella configurazione semplicemente non funziona. La macchina reagisce in modo diverso e ti ritrovi punto e a capo”.
L’ammissione di Miami e il timore del formato Sprint
Il Gran Premio di Miami ha esasperato queste critiche. Con una sola sessione di prove libere a disposizione, il margine per correggere un assetto sbagliato nato al simulatore è praticamente inesistente. Hamilton si è trovato a gestire una vettura difficile, preferendo non rischiare modifiche radicali che avrebbero potuto peggiorare ulteriormente la situazione durante la Sprint e la gara della domenica. La sua analisi post-gara, però, ha sollevato più di qualche dubbio sulla sua attuale sicurezza psicologica all’interno del team.
L’idea di copiare integralmente il setup del compagno di squadra, emersa nelle sue dichiarazioni, è un segnale d’allarme che non può essere ignorato: “Se guardo indietro, mi rendo conto che in uno scenario ideale avrei fatto meglio a scendere in pista nelle prime prove libere adottando esattamente la stessa configurazione di partenza scelta da Charles. Sono convinto che, se avessimo seguito quella strada, l’intero fine settimana avrebbe preso una piega decisamente più positiva per quanto mi riguarda. Purtroppo abbiamo optato per una direzione diversa e ne abbiamo pagato le conseguenze in termini di prestazione pura”.
Ferrari, Hamilton: il peso del confronto
Le dichiarazioni di Hamilton aprono una riflessione critica sul suo attuale momento. Per un pilota del suo calibro, ammettere di voler copiare il setup del compagno significa riconoscere una smarrita capacità di indirizzare lo sviluppo tecnico dalla propria parte del box. È un copione che ricorda vagamente le difficoltà del 2022 contro Russell, ma con una differenza sostanziale: all’epoca Lewis era impegnato in esperimenti estremi per salvare una Mercedes sbagliata; oggi, invece, sembra semplicemente non riuscire a tenere il passo di un Leclerc in stato di grazia su una vettura, la Ferrari, che è complessivamente competitiva.

Il sorriso di Lewis Hamilton – XPB Images
In vista del prossimo appuntamento a Montreal, Hamilton ha deciso di compiere una brusca inversione a U nella sua metodologia. Dopo il flop di Miami, il simulatore verrà messo da parte. Lewis ha ricordato che il suo miglior weekend stagionale, quello in Cina, è arrivato dopo una preparazione vecchio stile, senza sessioni virtuali. Una scelta che potrebbe anche essere l’ultimo tentativo di ritrovare se stesso attraverso il puro istinto.
Montreal è storicamente la sua pista, un tracciato dove ha sempre fatto la differenza. Se anche sul suolo canadese dovesse finire lontano da Leclerc, le scuse sul simulatore o sull’assetto non basterebbero più a giustificare il divario. La Ferrari osserva con attenzione: avere un campione del mondo in crisi non è solo un problema di punti, ma di equilibrio interno in una stagione che non permette pause.
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