Pagelle del Gran Premio della Turchia

Pagelle del Gran Premio della Turchia

Doppietta Red Bull all’Istanbul Otodrom, con Vettel e Webber che si fanno perdonare l’harakiri dello scorso anno e regalano un uno-due da favola alla scuderia che ti mette le aaaaali. In netta ripresa la Ferrari, che artiglia un podio con Alonso molto competitivo soprattutto sul ritmo di gara. Seguono le McLaren, quarta e sesta, separate dalla Mercedes di Rosberg. Buona lettura!

Sebastian Vettel: 9 – Come il puntuale ing. Bruno ha argutamente rilevato, probabilmente è stato il pilota meno inquadrato di tutta la gara. Eppure mena le danze dall’inizio alla fine, senza venir mai impensierito dalla muta inferocita -ma davvero?- degli inseguitori. Guidando, è proprio il caso di dirlo, col proverbiale braccio fuori dal finestrino. A fine corsa urla nell’interfono: «What a Race! What a Race!». Sarà, ma a nostro modestissimo parere potrebbe addirittura essersi annoiato. Rosberg gli fa un favorone alla prima curva mettendosi dietro l’unico che potrebbe impensierirlo davvero, Webber, e lui sentitamente ringrazia. Chissà che a Natale il finnotedesco non si veda recapitare un cesto regalo pieno di würstel, crauti e bretzel. La riconoscenza è un valore che si sta perdendo, magari da un giovane come Sebastian potrebbe arrivare un bel segnale. Perchè scriviamo queste baggianate, dite voi? Perchè della sua gara, onestamente, c’è davvero poco da raccontare. Solitario.

Mark Webber: 7 – Ancora una volta canna malamente la partenza. Probabilmente chiederà che venga reinserito il terzo pedale, non quello della McLaren 1998 ma, più banalmente, quello della frizione. Magari con questo ritrovato oramai old-style -nel senso che dovranno ritrovarlo in fondo a qualche vecchio baule- le cose miglioreranno. Finisce dietro Rosberg, perde una marea di tempo e le sue speranze di riprendere Vettel finiscono lì. Addirittura deve subire il sorpasso di Alonso, manovra che vendicherà a poche tornate dalla fine riprendendosi la seconda posizione. Ma se continua a correre ogni volta con un handicap diverso -qualifica sbagliata, partenza lumaca, ecc…- battere Vettel sarà sempre più difficile. In Cina aveva raccolto un terzo posto eroico, qui invece il secondo posto era il minimo che potesse ottenere. E ha rischiato di mancarlo. Salvo (per il rotto della cuffia).

Lewis Hamilton: 6,5 – Il voto è orribilmente condizionato dall’eccesso di foga del primo giro, quando per sorprendere Webber finisce larghissimo e si fa passare da Alonso e Button. Da lì in poi la sua gara è gagliarda, come sempre. Da applausi il duello -vero- con Button: dapprima Lewis lo passa, di forza, quindi Jenson lo risupera, altrettanto perentoriamente. Anche l’anno scorso i due quaggiù si erano divertiti così. Poi le gomme cedono, arriva Massa e gli salta davanti. Al successivo pit stop però i meccanici Mclaren regalano all’inglesino il controsorpasso. Quindi Lewis ripassa Rosberg ma -visto che la sorta dà e la sorte toglie- alla sosta successiva perde qualcosa come 15” per via di un problema di serraggio della gomma anteriore destra. Un’eternità, che comunque a fine gara non gli farà rimettere posizioni. Anche perché nelle ultime fasi risopravanza Button, che con una sosta in meno è in piena crisi di gomme. Gara gagliarda, dicevamo, e tutto sommato condotta anche in maniera assennata. Tranne per l’imperdonabile errore al primo giro. Dovrebbe averlo imparato, oramai, che le gare non si vincono alla prima curva. Specie quest’anno. Impaziente.

Jenson Button: 7 – Se vogliamo dirla tutta corre meglio di Hamilton. Nel senso che non commette errori, cerca di essere regolare e -udite udite- tira fuori gli attributi più e più volte. Prima nel duello con il compagno di squadra, sorpasso, risorpasso e controsorpasso da antologia. Poi su Rosberg e Massa -due volte- sopravanzati in maniera perentoria e decisa, quasi alla Hamilton (e scusateci il paragone). La squadra, vista la sua famigerata gentilezza con le gomme, decide di rispettare la strategia originaria (a proposito: tra piani A, piani B e compagnia bella sembra di essere in piena Guerra Fredda, ed è quasi divertente) e insiste sulle tre soste. Risultato? A fine gara ci arriva, sì, ma con le gomme sulle tele ed è costretto a cedere a Hamilton e Rosberg. il sesto posto in termini assoluti non vale granché, ma è comunque meglio di niente. E più del piazzamento portiamo a casa l’immagine di un pilota insolitamente grintoso e combattivo. Non ce lo aspettavamo. E per questo stiamo un po’ larghi di manica. Tosto.

Fernando Alonso: 8,5 – Finalmente! La frizzante aria europea -anche se, per pignoleria, va detto che l’Otodrom sorge nella parte asiatica di Istanbul- ringalluzzisce lo spagnolo che torna a fornire finalmente una prestazione convincente. Dopo l’oramai proverbiale qualifica al quinto posto approfitta dell’harakiri di Hamilton e -seppur con qualche difficoltà- ha la meglio su Rosberg, ponendosi all’inseguimento di Webber. Inseguimento che viene anche coronato da un sorpasso ai danni dell’australiano che vale il secondo posto. Ma, visto che non tutte le favole hanno lieto fine, quello spilungone cattivone di Webber recupera e, a pochi giri dalla fine, si riprende il secondo posto senza tanti complimenti. Ma va bene anche così. Nelle sue mani la Ferrari tiene quasi il ritmo delle Red Bull, soprattutto in gara. E -qualifiche a parte- non è un caso se tra lui e Massa a fine gara ci sarà un minuto e dieci di distacco. Lui guida al limite, non sbaglia, e porta a casa un podio che fa classifica e -soprattutto- morale. Il Matador è tornato? Vedremo. Europeista.

Felipe Massa: 6 – Al di là di tutto è stato oggettivamente anche un po’ sfigato. Nel senso che ai suoi pit stop ne ha viste davvero di tutti i colori. Niente di epocale, sia chiaro, ma su quattro soste di perfetta ce n’è stata solo una, la seconda, mentre nelle altre tre -soprattutto l’ultima- ci sono stati problemi più meno gravi che hanno condizionato il suo rientro in pista. E dire che -se si considera la qualifica- tutto sommato non andava affatto male. Non prende parte alla Q3 per risparmiare treni di gomme, parte benino ma non guadagna posizioni, poi dà il via a una serie di duelli più o meno rusticani che fanno comunque divertire il pubblico. Fa a ruotate con Heidfeld, Hamilton, Rosberg, Button, Kobayashi e Michael Schumacher. Le dà, le prende, perde tempo, ma lotta con il coltello tra i denti. Certo, alla fine questo correre in maniera generosa ma dispersiva fa sì che accusi un distacco pesante, con tanto di mancato accesso alla zona punti. Anche perché in certi frangenti -Rosberg- fatica troppo a liberarsi di macchine più lente della sua. Ma le colpe non son tutte sue – anche se un paio di erroracci li mette assieme, come a pochi giri dalla fine alla curva 8. Per quanto stiracchiata la sufficienza proviamo a dargliela, consci di esagerare. Disordinato.

Michael Schumacher: 5 – Oramai è assodato che in F1 ci è tornato per divertirsi. Altrimenti avrebbe già mollato baracca e burattini. Ma anche in Turchia si gode la sua bella porzione di Adrenalina. Becca un’infinità in qualifica da Rosberg, ma già dalle prime fasi di gara tiene a precisare che di recitare la parte dell’arrendevole vecchietto non ne vuol sentir parlare. Si tocca subito con Petrov, rimettendoci l’ala, prova a risalire ma sono più i colpi incassati che quelli dati. Sussulti d’orgoglio si vedono nel duello con Barrichello -ottant’anni in due, e ancora a giocare con le macchinine… giù il cappello- e in quello con Massa, quando reagisce al sorpasso con un controsorpasso che è esperienza allo stato puro. Diciamo che senza la collisione con Petrov -della quale peraltro si è assunto la responsabilità: chi è causa del suo mal pianga se stesso- avrebbe potuto chiudere vicino a Rosberg. Ma quello che continua ad affascinarci è la voglia di fare a ruotate in mezzo a giovinastri che, in certi casi, hanno la metà dei suoi anni. Lo bocciamo, perché non possiamo fare altrimenti vista la prestazione, ma ci inchiniamo di fronte al suo spirito combattivo. Highlander.

Nico Rosberg: 6,5 – La sua gara ha un andamento stranissimo, condizionato da una strategia che più aritmetica non si può -soste ai giri 11, 22, 33, 44- ma con una sequenza strana per quel che riguarda le gomme. Azzecca la partenza e si ritrova dietro a Vettel, ma sin da subito capisce che il focus non è tanto quello che vede davanti al musetto ma ciò che c’è negli specchietti. Lo passa Webber, lo passa Alonso, lo passano Hamilton, Massa e Button. Il tutto in nemmeno metà gara. Soffre con le gomme dure nella parte centrale poi si scatena nel finale quando, con le coperture giuste, si rifà sotto passando Massa e Button e installandosi al quinto posto, subito dietro Hamilton. Non si capisce bene per quale motivo Ross Brawn abbia voluto mescolare così le carte -pardon, le gomme- ma probabilmente sarebbe cambiato ben poco. Il problema è che la Mercedes va più forte in prova che in gara, e a questo i piloti non possono porre rimedio. Lui fa il suo, a volte più a volte meno bene, ma la pagnotta la porta a casa. Anche se immaginiamo che essere sverniciato così tante volte gli stia un po’ sulle balle. O no? Sopravanzato.

Nick Heidfeld: 7 – Pronti-via e subito Petrov e Massa gli ringhiano addosso. Poi lo passa pure Barrichello. Nemmeno il tempo di rendersene conto che di nuovo Petrov decide di giocare all’autoscontro con lui, toccandolo nella sequenza di curve lente poco prima del traguardo. L’amore fraterno tra i due alfieri Renault è tutto nel reciproco ‘Vaffa….’ che si scambiano con gesti eloquenti dagli abitacoli. Roba da matti. Dopo un rapido reset mentale il tedesco torna padrone di se stesso e si mette a fare quello che gli riesce meglio, ovvero girare su tempi costanti aspettando che la gara gli venga incontro. Cosa che puntualmente accade, complice una strategia azzeccata. Recupera diverse posizioni ai box, passa in pista di Resta e Barrichello e alla fine si installa al settimo posto. Per come si era messa all’inizio, proprio non male. Certo, se invece di fare a cazzotti con il compagno di team si dessero una mano a vicenda… Patatrac #1.

Vitaly Petrov: 6,5 – L’abbiamo detto in tante, diverse occasioni: la sua miglior dote è il temperamento. Però deve darsi una calmata. Prima passa Heidfeld sfiorandolo, poi si inventa un’entrata pressoché suicida su Michael Schumacher -corretta, per carità, ma un filino esagerata- e, dulcis in fundo, tornato dietro si mette a fare a ruotate ancora con Heidfeld. Figliolo, Compagno, calma!!! In piena trance agonistica all’ingegnere che gli chiede se ha subìto danni urla: «Non lo so, non lo so!!!», con un tono a metà tra esaurimento nervoso, isteria e maleducazione. Poi si rende conto di essere un po’ sopra le righe e sparisce, letteralmente, dagli schermi, per ricomparire nelle ultime fasi di gara quando passa Buemi per guadagnare l’ottava posizione. Lui incolpa il traffico, ma francamente come scusante ci pare alquanto debole. Se l’URSS fosse ancora in piedi il PCUS gli tributerebbe la medaglia di Eroe dell’Unione Sovietica, vista la combattività messa in campo. Salvo poi farlo sparire e rinchiuderlo in un Gulag. Ma siccome il 1992 è passato da quasi vent’anni deve accontentarsi della nostra sufficienza, con tanto di tirata d’orecchie. Patatrac #2.

Rubens Barrichello: 6 – Il momento più esaltante del suo weekend arriva quando si trova a lottare con il coltello tra i denti con un certo Michael Schumacher. Scene da “La guerra dei Nonni”, kolossal in uscita tra qualche mese su tutti gli schermi -pardon, le piste- del mondo. Detto questo, si accorge ben presto in gara che i progressi palesati in prova dalla Williams sono solo una pia illusione. Parte bene, passa addirittura Heidfeld, poi scivola via via sempre più giù subendo gli attacchi -in pista- di Schumacher, Rosberg e dello stesso Heidfeld in rimonta. Oltretutto con il Kers che va a singhiozzo e con il pedale del freno che si allunga sempre di più e a fine gara sembra quello di una Fiat Seicento del ’69. Tiene comunque dietro Maldonado, che i problemi se li crea da solo beccandosi un evitabile drive through, ma c’è poco da festeggiare. «Sta a noi migliorare il passo di gara», spiega a fine Gran Premio. Come dire: si accettano suggerimenti. Guarda te se a 38 anni e oltre 300 gare gli tocca pure fare l’ingegnere… Tuttofare.

Pastor Maldonado: 5,5 – In ripresa dal punto di vista velocistico -oggettivamente peggiorare quanto fatto vedere in Cina sarebbe stato arduo- ma ancora acerbo. Eppure ce la mette tutta, cercando soprattutto di non far danni e di non creare confusione nei doppiaggi. Tutto bene fino a quando non decide che è giunta l’ora di iniziare a correre sul serio. Peccato che si trovi nell’unico punto in cui non è consentito, la corsia box. Becca dunque un drive through che lo spedisce ben indietro nella classifica, come se non fosse abbastanza trovarsi a correre con questa Williams. Recuperare è dura, lui ci prova e a fine gara gira anche più veloce di Barrichello. Ma non basta: chiude diciassettesimo, a 20” dal brasiliano. Meglio comunque non infierire, è appena alla quarta gara in F1 e nella squadra il problema non è certo lui. Però darsi una svegliata sì, quello potrebbe farlo. O quantomeno provarci. Distratto.

Adrian Sutil: 6 – Timidi segnali di risveglio. Dopo aver subìto il giovane compagno di squadra nei primi appuntamenti dell’anno, il pilota-pianista rialza la testa e prova a riprendersi sul campo i galloni di caposquadra. Sopravanza di Resta in prova e in gara gli è praticamente sempre davanti, appena ai margini della zona punti. Gira regolare, in attesa di eventi astrolunari che -ahilui- non si verificheranno. Anzi, deve subire anche il sorpasso di Kobayashi che in pieno delirio di onnipotenza in due curve passa prima Michael Schumacher poi lui. Evidentemente i tedeschi non gli vanno a genio, ma questa è un’altra storia. Con il ritiro di di Resta probabilmente si tranquillizza e veleggia pacifico fino a quando non arriva Perez, che lo passa relegandolo al tredicesimo posto finale. Niente per cui spellarsi le mani, ma probabilmente di più il convento non passa. Rinfrancato.

Paul di Resta: 6 – Sopraffatto dagli elogi piovutigli addosso in queste tre settimane di pausa, lo scozzese torna sulla terra e si riallinea al compagno di squadra sia in prova che in gara. Sin dall’inizio capisce che la sua Force India le gomme non le consuma, bensì le grattugia, e decide di cambiare in corsa la strategia passando dalle tre alle quattro soste. Non che le cose cambino granché: al momento del ritiro si trovava comunque dietro al compagno di squadra, procedendo di conserva e avendo come unico obiettivo tagliare il traguardo. Per chi ama le statistiche il suo è l’unico ritiro -escluso Glock, che a tutti gli effetti non è partito- di una gara che i commentatori avevano definito alla vigilia massacrante per la meccanica delle monoposto. Delle due l’una: o le F1 di oggi sono decisamente ipervitaminizzate e godono di ottima salute, o ci sarebbero da rivedere i termini di paragone tra le vere piste massacranti e quelle presunte tali. Ma questo è un altro discorso. Tornando al buon scozzese, gli assegniamo la sufficienza sulla fiducia consci che per un deb sarebbe stato difficile poter fare di più. E gliela diamo anche perché se hai la sfiga di essere l’unico ritirato in un Gran Premio -e non per colpa tua- hai bisogno di qualcosa con cui tirarti su. Anche se misero. Compassionevoli (noi).

Kamui Kobayashi: 8 – La società moderna ha bisogno di Eroi, di figure di riferimento. In ogni ambito, situazione, contesto. Non saremo noi a negarne ai nostri lettori. E così come a Shangai l’Eroe di giornata era stato Mark Webber, in Turchia il premio Ottomano d’Oro -questa poi…- se lo aggiudica questo giapponese dall’aria vagamente stralunata ma sempre cordiale. Impossibilitato a disputare le qualifiche per un problema tecnico, corre grazie a un permesso speciale rilasciato dalla Federazione e fa di tutto per ripagarla della fiducia. Solo alla prima curva guadagna 5 posizioni, dopo 7 giri ne ha già recuperate 9 e regala momenti di classe pura. Passa Michael Schumacher con due ruote sull’erba e, in piena estasi agonistica, sopravanza anche Sutil toccandolo leggermente. Poi supera anche Buemi e ingaggia un furioso duello con Massa. Alla fine chiude decimo, davanti -indovinate un po’- proprio a Massa. E dire che senza una foratura -causata da un contatto con Buemi- avrebbe potuto forse insidiare le Renault. Ma va benissimo così, davvero. Anche perché il suo ultimo stint dura 20 giri, un’eternità. Cresce bene, il jap, e pare stia anche mettendo la testa a posto. Ma, per cortesia, facciamola tutti finita con ‘sta storia dei Samurai e dei Kamikaze. La Sagra dei luoghi comuni è finita. Indemoniato.

Sergio Perez: 5,5 – Siamo costretti a ripeterci. Tre settimane fa avevamo detto che se sei al debutto e il tuo riferimento in squadra è Kobayashi non puoi non affrontare tutte le gare come se fosse questione di vita o di morte. Ci sta, inutile obiettare. Però, a un certo punto, bisogna anche saperci fare. Perché se andare all’attacco significa rimetterci il musetto alla prima curva, forse è meglio tirare un bel respiro, contare fino a dieci e ricominciare da capo. Roba da videogame, per capirci. Una volta a fondo classifica, al buon Sergio non resta che sperare in una safety car che non arriva oppure cercare di tornar su girando su tempi costanti e regolari. Pur non brillando, riesce comunque a ritagliarsi un po’ di visibilità quando, a pochi giri dalla fine, raggiunge e sopravanza di slancio Algersuari e Sutil, artigliando il quattordicesimo posto. Il confronto con Kamui è imbarazzante, e pur con tutti i distinguo e le attenuanti del caso non riusciamo proprio ad assegnargli la sufficienza. E dire che aveva iniziato il mondiale alla grandissima. Speriamo non si perda. Irruento.

Sebastien Buemi: 7 – Puntella il suo traballante sedile con una bella prestazione, che finalmente concretizza il valore suo e della vettura. Parte bene, lotta come un leone a centrogruppo sgomitando quando necessario e tirando fuori gli artigli. Bello cattivo il sorpasso che rifila a Michael Schumacher, grintoso ma corretto. Deve poi cedere a Kobayashi e, nelle ultime fasi con gomme praticamente finite, è incapace di resistere al ritorno di Petrov e Heidfeld. Anche perché una vibrazione, non causata da un problema di pneumatici, gli rende difficile anche solo stringere il volante. Ottiene comunque un nono posto importante, due punti che rilanciano le sue quotazioni in seno alla squadra alla vigilia della gara di casa del compagno di casacca. Si dice soddisfatto della prestazione, e non vediamo come o dove contraddirlo. Vibrante.

Jaime Alguersuari: 5 – L’invidia è uno dei sette peccati capitali, per chi ci crede. Ma anche per chi non ci crede è comunque un difettaccio. Ascoltare Jaime a fine gara dichiarare -testuale- «Ho sofferto molto il degrado dei pneumatici posteriori, in particolare nell’ultimo stint. […] Non capisco perché il mio compagno di squadra abbia sofferto molto meno di me in questo senso, quindi abbiamo bisogno di guardare tutti i dati per scoprirne il motivo» è invero illuminante. Parte male, subisce malamente in gara il ritmo di Buemi restandogli sempre a debita distanza, si fa passare da Michael Schumacher e Perez, e nel complesso risulta lento e inferiore a Buemi. E l’unica giustificazione addotta è l’usura eccessiva delle gomme. Chiude sedicesimo, un’eternità dietro allo svizzero. Ci pare un po’ poco, francamente, per poter aspirare alla sufficienza. Invidioso.

Jarno Trulli: 6 – Soffre senza Kers in qualifica ma in gara la musica cambia. Il team -in vena di ottimismo- gli propone una strategia su due sole soste, che dopo pochi giri appare tanto velleitaria quanto inverosimile. Jarno chiede e ottiene lo switch alle tre fermate e le cose vanno meglio. Viaggia a braccetto con Kovalainen per buona parte della gara fino a quando -complici un paio di magagne tcniche che stavolta risparmiano lui e finiscono sul groppone del compagno di squadra- lo stacca e va a chiudere al 18mo posto, primo delle vetture dei nuovi team, a 30” dalla Williams di Maldonado. Tutto sommado -ops, sommato, scusate…- non male. Appare in ripresa rispetto alle gare precedenti, decisamente più opache. Che sia inversione di tendenza? Lo scopriremo solo a Barcellona, gara della verità per lui e la Lotus. Decisionista.

Heikki Kovalainen: 5,5 – A differenza del compagno di squadra prova ad insistere sulla strategia originaria, quella sulle due soste, ma deve arrendersi all’evidenza a cinque giri dalla fine, quando con le gomme oramai sulle tele è costretto a fermarsi per sostituirle dopo aver perso una marea di tempo. Okay il muretto, okay i piani precostituiti, ma che diamine, in macchina c’è il pilota e solo lui dovrebbe essere in grado di valutare come e quanto possono reggere le gomme! In aggiunta a questo sconta anche problemi idraulici che gli fanno perdere ulteriormente terreno spedendolo, dietro Trulli, al 19mo posto. In leggera flessione, rispetto a Shanghai, per colpe da dividere a metà tra muretto e pilota. C’è però da dire che finora era stato immune da problemi tecnici, che si erano accaniti con precisione sadico-scientifica solo sul povero Jarno. Per cui tutto sommato va anche un po’ bene così. O no? Ostinato.

Narain Karthikeyan: 6 – Si dice soddisfatto della prestazione, e tutto sommato potrebbe anche esser vero. Se non altro perché taglia il traguardo, e oltretutto nemmeno ultimo, dato che tiene dietro il compagno di squadra Liuzzi. Il regista lo becca solo al momento di qualche doppiaggio particolarmente avventuroso, ma del resto va detto che non c’è uno e un solo motivo per cui, in una gara di F1, si debba inquadrare una HRT. Ad ogni modo si intravedono lievi segni di progresso sia sul pilota -che comunque chiude a 3 giri di distacco- che sulla vettura. Chissà, magari da qui alla fine dell’anno l’Hispania somiglierà ad una F1 vera. Per il momento il buon Narain fa buon viso a cattivo gioco e annuncia novità per il Gp di Spagna. Mah, staremo a vedere… Ottimista.

Vitantonio Liuzzi: 5,5 – Oggi le comiche. Vogliamo un gran bene al buon Tonio, chi vi tedia con le pagelle tra l’altro ha anche avuto modo di intervistarlo, ma sentirlo dire «in generale questo è stato un weekend positivo fino alla qualifica» oppure «dobbiamo capire che cosa abbiamo fatto di sbagliato: abbiamo avuto un problema con entrambe le gomme anteriori e quindi c’è da lavorare per assicurarci che non si ripeta nella prossima gara» fa veramente tenerezza. E dire che in qualifica aveva tenuto dietro Glock. A differenza di Karthikeyan, lui viene inquadrato quando si butta completamente al’esterno dlla curva 8 per favorire una serie di doppiaggi. Da lì il regista prova a seguirlo perché lo vede andar piano, troppo piano, come se fosse in procinto di ritirarsi, ma purtroppo non è così. I 5 giri di distacco con cui chiude la sua gara dicono più di tante parole. Ostenta sicurezza per Barcellona. Anche lui. Ripetiamo, chi vivrà vedrà. Illuso.

Timo Glock: sv – In occasione del GP della Cina scrivevamo: «Fatica, sofferenza, lacrime e sudore. Anche troppo. La gara del tedesco è una specie di calvario». Memore dell’esperienza passata, la sua vettura decide di risparmiare al tedesco l’ennesima agonia e spacca di propria spontanea volontà l’ingranaggio della quinta marcia. La Virgin così non è in grado di partire e la sua gara finisce ancor prima di cominciare. Non è detto che sia un male, anzi. Risparmiato.

Jérôme d’Ambrosio: 5,5 – Superbo in qualifica, quando artiglia il ventesimo posto tenendosi dietro anche Glock, così così in gara, dove non va al di là del ventesimo posto e dove soprattutto non riesce ad insidiare minimamente le due Lotus. Oltretutto la squadra gli assegna un’impresentabile strategia su due sole soste, che lo rende costantemente lento in ogni fase della corsa. Anche così si spiega l’ultimo giro veloce in gara, peggio delle due HRT. Lui è l’ultimo ad averne colpa, sia chiaro, ma visto questi presupposti -e visti anche i due giri di ritardo accumulati dal leader della gara- non ce la sentiamo proprio di promuoverlo. Rallentato.

Manuel Codignoni
www.f1grandprix.it

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