F1 | Raikkonen e Rossi: quando l’età è solo un numero

Vent'anni di carriera alle spalle e nessuna intenzione di smettere

F1 | Raikkonen e Rossi: quando l’età è solo un numero

Entrambi hanno superato i quaranta ma solo all’anagrafe, perché in pista si divertono ancora come quando erano dei ragazzini che inseguivano un sogno e dopo vent’anni di carriera, ci credono ancora.

Kimi Raikkonen, classe ’79, un titolo mondiale in Formula 1 nel 2007, l’ultimo vinto dalla scuderia di Maranello. A tutti è noto come “Iceman” per il suo carattere freddo e che a tratti lo fa sembrare simpatico ma che allo stesso tempo lo fa apprezzare, perché sai che Kimi è fatto così e lo dimostra l’affetto che i tifosi della Ferrari nutrono ancora nei suoi confronti. Venti anni di carriera (con una piccola parentesi nel mondo dei rally) e la voglia di continuare “fino a quando mi divertirò”. In gara non teme mai il confronto con i ragazzi che hanno la metà dei suoi anni ed è sempre in lotta per la Top 10. Perché mai dovrebbe smettere?

Valentino Rossi, classe ’79 e già solo scrivendo il nome ti trovi in difficoltà nell’elencare tutte le imprese che ha fatto in pista ma nove titoli mondiali possono riassumere benissimo la carriera del Dottore. E’ vero, i numeri parlano di un digiuno di vittorie da tanto tempo ma questo non intimorisce di certo Rossi che di fronte al “no” della Yamaha ufficiale per il rinnovo del contratto ha deciso di scommettere ancora, questa volta con il team satellite Petronas.

“Ma chi glielo fa fare?”, penseranno in molti e la risposta è molto semplice: la voglia di continuare a raggiungere un sogno. Quella stessa voglia che troviamo nei suoi ragazzi della VR46 Academy, la sua “scuola” che ha già ottenuto traguardi brillanti come i due titoli mondiali di Franco Morbidelli e Pecco Bagnaia in Moto2, senza dimenticare le tante vittorie degli altri piloti.

Vi chiederete che senso ha confrontare due piloti di categorie diverse e avete pienamente ragione ma l’intento di chi ha scritto questo pezzo non è quello di mettere a confronto i due campioni del mondo perché è abbastanza evidente che non avrebbe una logica. Piuttosto, vorrei soffermarmi sulla meravigliosa e folle passione dei piloti. Perché quando hai raggiunto l’apice della carriera (e i titoli mondiali ne sono la conferma), avresti tutto il diritto di dire: “Signori, è stato bello ma io adesso mi godo la vita”.

Proprio quello che fece il campione del mondo 1976, James Hunt che decise di ritirarsi dalle competizioni due anni dopo il trionfo mondiale. Però Hunt era così, genio e sregolatezza, amava la vita spericolata, vivere ogni momento come se fosse l’ultimo e quando rischi la vita forse ne hai tutti i diritti.

Probabilmente lasciare le corse quando sei il più forte di tutti avrebbe più senso perché non hai più niente da dimostrare, sei il Campione. Soprattutto quando sei consapevole che quello che stai facendo non è un gioco, indossi il casco e sai che stai giocando il rischio più grande: la tua vita.

E purtroppo nella brillante storia della Formula 1 e del Motomondiale ci sono stati eventi tragici. Proprio questo dovrebbe far riflettere quando si pensa di avere la libertà di poter criticare attraverso lo schermo un pilota che ha ancora voglia di gareggiare e poco importa se i risultati non arrivano, va rispettato a prescindere. Invece, con l’era dei social, si fa subito in fretta a diventare giudici, a scrivere gli epiteti più offensivi come “bollito”, “fallito”, “vai in pensione”, senza soffermarsi a pensare che innanzitutto dietro ad un pilota c’è una persona. E’ troppo facile salire sul carro del vincitore quando tutto va bene, quando arrivano le vittorie e le dai per scontate e poi scendere non appena c’è un momento di difficoltà.

Bisognerebbe capire che i piloti non sono macchine e per citare una bellissima canzone del grande Vasco Rossi, sono “liberi di sbagliare e liberi di sognare”.

 

 

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