F1 | La fragilità che non esiste: Vettel, Hamilton, il peso della tuta rossa

Seb ha la capacità di sorridere e reagire, e quella tuta rossa pesa come un macigno...

F1 | La fragilità che non esiste: Vettel, Hamilton, il peso della tuta rossa

La tuta Ferrari probabilmente è un’armatura in cui abbandonarsi e cullarsi quando si conquistano terre straniere, ma è un peso insostenibile quando sbagli, perché alla responsabilità per le sorti di un team si aggiungono quella di un’intera nazione. Sebastian Vettel non è un campione fragile, anzi è un campione coraggioso, perché ha accettato una sfida difficile, ponendosi un obiettivo più complicato di quello della sua nemesi Lewis Hamilton.

L’anglo-caraibico della Mercedes sbaglia pochissimo, è costante, è ovviamente velocissimo. Lewis, tolta quell’aura un po’ forzata di misticismo e spiritualità affettata, è un pilota in perenne stato di grazia, che va solo ammirato per la capacità di raddrizzare a suo favore le situazioni più avverse. La vittoria in Germania dal quattordicesimo posto in griglia è un piccolo capolavoro, bisogna ammetterlo.

Ma non c’è nulla di male nemmeno a constatare che probabilmente Lewis gode di una leggerezza che difetta a Vettel. La Mercedes ha grande storia e tradizione, ma non è  paragonabile al mito del Cavallino in F1, e le vittorie degli ultimi anni hanno creato un ambiente quantomeno sereno e appagato. Paradossalmente il campione in carica, pur dovendo difendere la corona iridata, può correre con la mente sgombra, avendo fatto incetta di coppe e titoli negli ultimi anni.

Opposta la situazione di carriera di Vettel, sotto la lente di ingrandimento ad ogni giro di pista completato. Sul ferrarista gravano aspettative e pressioni forse insostenibili per qualsiasi altro pilota. La Ferrari non vince il titolo Piloti da undici anni, ogni pole di Vettel è salutata ancora come un’impresa, ogni sorpasso è un capolavoro, ogni punto iridato conquistato sulla Mercedes è una svolta in chiave mondiale. Nei confronti di questa Ferrari e del suo condottiero c’è un attenzione smodata, maniacale, c’è un affetto che può finire per soffocare. C’è voglia di bruciare le tappe, di vincere subito, di dominare.

La mente corre veloce e sogna, e guai a fermarsi. Ecco perché l’errore è fatale, è imperdonabile, mina certezze e fa crollare la fiducia. Questa è un’altalena di emozioni a dir poco folle, paragonabile all’isteria collettiva. Vettel è l’iradiddio che uccella Bottas a Silverstone, poco tempo dopo è un pilotino che non ha le spalle abbastanza larghe per la mission impossible di rosso vestita.

Sebastian ha conquistato cinque pole position e vinto quattro GP, tiene vivo il sogno iridato e corre con una generosità poche volte ammirata. Abnegazione e dedizione totali alla causa, lacrime sincere di rabbia, in simbiosi totale con il team. Capace di sorridere anche dopo un errore che resta pesantissimo. Lui cammina a testa alta e pensa alla gara successiva nonostante i fucili puntati contro. Un fuoco amico che piove da tutte le parti, come se qualcuno non aspettasse altro per criticare, perché sostenere e fare i conti alla fine risulta troppo difficile.

Lewis è un vincente intoccabile, il suo sedile appare blindato a priori, se Vettel sbaglia sbucano subito alonsisti, ricciardisti e chi più ne ha più ne metta. Trovate voi le differenze, ma la sensazione è che per indossare quella tuta rossa Seb abbia passione da vendere e tanto, tanto, carattere, altro che fragilità mentale…

Antonino Rendina


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