F1 | Vettel e l’isola (felice) che non c’è

Più difficile del previsto la prima stagione con la Aston Martin

F1 | Vettel e l’isola (felice) che non c’è

La destinazione era ambita e l’entusiasmo per il viaggio alle stelle. Sebastian Vettel ha abbracciato il progetto Aston Martin convinto di ridare una decisa sterzata alla sua carriera dopo le troppe e spesso ingiuste difficoltà vissute nell’ultimo biennio in Ferrari, dove era passato nell’arco di un periodo di tempo relativamente breve ad essere capitano indiscusso a quasi elemento di troppo.

Nella scuderia di Silverstone Seb ha trovato subito un ambiente coinvolgente e stimolante, ritrovando sin dai primi passi con la Aston il sorriso e l’entusiasmo. Eppure la stagione – almeno finora – non è andata come ci si poteva attendere. Vettel in cuor suo era convinto di aver firmato per una scuderia forte, che poteva quasi vantarsi di mettere in pista una cugina, per usare un eufemismo, della Mercedes.

Ma la Mercedes verde sin dalle prime gare non è stata tale. I nuovi regolamenti con la riduzione del fondo vettura nella zona posteriore hanno danneggiato sensibilmente la ex Racing Point, che ha sofferto sin da subito una evidente mancanza di carico al posteriore e di bilanciamento generali. Condizioni, tra l’altro, pessime per un pilota che passava dall’incubo di una monoposto instabile a lui non congeniale per trovare di fatto un’altra auto con cui il feeling non è scoccato.

Eppure la scuderia inglese ha dato prova di riuscire a migliorare la monoposto, con la AMR21 che dopo qualche gara ha iniziato ad affacciarsi nelle zone importanti della classifica. Vettel ha stupito e si è esaltato in due piste opposte; tra i muretti di Montecarlo (5°) e sul velocissimo cittadino di Baku (2°) dimostrando ancora una volta la sua indiscussa classe.

Poi però qualcosa è lentamente cambiato. La monoposto si è letteralmente plafonata, risucchiata nelle sabbie mobili di centro gruppo, in un anonimato dal sapore di totale mancanza di aggiornamenti. Storicamente e tristemente nota già come Force India per la difficoltà a sviluppare la monoposto a stagione in corso, la squadra di Lawrence Stroll ha iniziato a pensare soltanto al 2022, con un bel mercato tecnici e lavorando sulle strutture, ingaggiando poi come nuovo CEO del gruppo un manager importante come Martin Whitmarsh.

Ciò che è rimasto, però, è un presente anonimo e mesto. Dopo la squalifica subita nel GP di Ungheria Vettel non è più tornato a brillare, anzi è spesso e volentieri sembrato meno efficace di Lance Stroll, che nelle ultime tre gare ha chiuso due volte in zona punti. Sebastian è spesso rimasto vittima del traffico, contatti, di strategie sbagliate e anche di incomprensioni con il team mate. Con la costante di lamentare mancanza di fiducia con il posteriore della monoposto.

E non è normale, inoltre, che sia a Monza che a Sochi Stroll abbia quasi buttato fuori e messo a muro il compagno di squadra tedesco. Comportamento passato fin troppo in cavalleria, ma che potrebbe essere un indizio di come qualcosa sia cambiato e forse si sia incrinato tra Vettel e il team. Perché qualsiasi squadra avrebbe dovuto alzare la voce in quel caso, considerato che è inopportuno guidare in modo così aggressivo contro il team mate.

L’azzardo voluto e provato a Istanbul con le gomme da asciutto montate troppo presto su una pista da pattinaggio sul ghiaccio è invece indicativo della fretta e della voglia di ribaltare una situazione che probabilmente va già un po’ stretta. Seb ha rinnovato per il 2022, perché il contratto era di fatto già opzionato e perché è normale che il campione tedesco aspetti la rivoluzione regolamentare, ma tutta la sua stagione è adombrata da una vena di malinconia.

Al sorriso ritrovato per la possibilità di guidare una monoposto finalmente competitiva, non ha fatto seguito il rilancio in grande stile. E soprattutto i risultati. E l’ex tedeschino con il sorriso da scugnizzo, al quale ha fatto ora posto un uomo impegnato nel sociale e dotato di una sensibilità sicuramente rara, è ancora in attesa di ritrovare antiche e mai sopite sensazioni. Lui ha dimostrato a Montecarlo, Baku e Budapest che quando la macchina c’è sa rispondere presente. E’ sempre questione di feeling.

Antonino Rendina


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