F1 | La scazzottata tra Vettel e Leclerc è una lotta per la sopravvivenza. E adesso?

Prima o poi doveva succedere, ma la Rossa può gestire l'acerrima rivalità tra due galli nello stesso pollaio?

F1 | La scazzottata tra Vettel e Leclerc è una lotta per la sopravvivenza. E adesso?

Vettel e Leclerc sono due cavalieri seduti ad una tavola rotonda dove c’e un posto solo. Ed entrambi vogliono la stessa cosa: la supremazia e il primato in Ferrari, una posizione di vantaggio sull’altro che vale come il Sacro Graal, viatico per ergersi a primattore della prossima e potenziale lotta iridata.

Il bacio sanguinoso di Interlagos ha radici lontane, è figlio di una lotta fratricida che va avanti da Monza, soltanto maldestramente celata da dichiarazioni ipocrite e di circostanza. I due, ormai, sono i due classici galli nel pollaio. E la loro convivenza è sempre più problematica.

Leclerc forte di una “investitura” quasi nazional-popolare, di un talento sconfinato e di un certo peso politico è entrato a Maranello con due piedi in una scarpa, ma pian piano ha rivelato una natura vorace, un istinto rapace; ha pensato di potersi prendere la Ferrari schiacciando l’ormai “attempato” Vettel, guadagnandosi con glaciale determinazione i gradi di capitano della scuderia, quei gradi che per palmarès ed esperienza appartenevano al tedesco.

Ad un certo punto pareva una storia con un finale scritto, con il giovane predestinato pronto a pensionare il campione in crisi. Sarebbe stato anche tutto più facile, forse. A far saltare il banco è stata invece la reazione del quattro volte iridato, al quale è bastata una monoposto più rispondente alle sue esigenze di guida per tornare spesso e volentieri davanti al più giovane compagno. Da Singapore Vettel è stato spesso più competitivo di Charles, mandando il monegasco più di una volta a lezione di gestione gara (e gomme).

Adesso i due alfieri del Cavallino hanno prestazioni simili e la stessa auto sotto al sedere. Insomma è normale possano finire per occupare la stessa porzione di pista, e non c’è spazio per tutti e due, non in una Ferrari quantomeno ambigua nelle scelte gerarchiche. Il “liberi di lottare” diventa così un invito a buttarsi fuori, perché due così incazzati e affamati il piede non lo alzeranno mai e poi mai e il contatto è conseguenza inevitabile. E’ questione di orgoglio, di carattere, di voglia di primeggiare. Seb e Charles sono così vicini nelle prestazioni che finiscono per sovrapporsi, per dimenticare totalmente di correre con la stessa tuta e per marcarsi come due acerrimi rivali. Perché solo battendo l’altro, il vincitore potrà serenamente concentrarsi sugli avversari.

In Brasile la rivalità tra i due ha raggiunto un punto di non ritorno. Leclerc ha infilato il tedesco quasi umiliandolo, lasciandolo sul posto, un colpo secco e improvviso. A Vettel gli si è chiusa la vena e ha restituito di gran carriera il sorpasso, non lesinando la leggera bastardata di chiudere un po’ la traiettoria. A quel punto Carletto poteva spostarsi un po’ e dargliela vinta al capitano? Si, poteva eccome. Doveva farlo? Non nella sua ottica di campioncino pronto a vincere e asfaltare tutti. Probabilmente nemmeno nell’ottica della Ferrari, morbidissima con queste due testoline dure che hanno rovinato un GP già di per se modesto. Buttarsi fuori per un quarto posto è ridicolo, ma dietro quel quarto posto c’è la lotta per la sopravvivenza.

E la Ferrari storicamente affezionata al collaudatissimo scherma prima e seconda guida è pronta a vivere sulla propria pelle una rivalità epica tra Predestinato e Capitano? No, non lo è per nulla. Tra scie mancate, scambi di posizione, team radio al veleno ed ora un inutile incidente, il Cavallino ha messo insieme solo un album di figurine di quel colore lì. Per questo Binotto decidesse cosa fare. Cambi uno dei due o imponga una gerarchia precisa e irremovibile. Con buona pace del killer instict e dei capricci di due funamboli più bravi a beccarsi tra loro che a sorpassare i rivali.

Antonino Rendina


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