Da Rory Byrne alla Dallara, tante voci e poche certezze: qual è il progetto Ferrari?

La Ferrari è chiamata a dare un sengale importante, ma il progetto 2017 resta un'incognita

Da Rory Byrne alla Dallara, tante voci e poche certezze: qual è il progetto Ferrari?

L’ennesimo mondiale che volge al termine scandisce il tempo come l’orologio ingerito dal coccodrillo che terrorizza Capitan Uncino. E se la Ferrari sembra il vascello di Hook che naviga allo sbando, fresca e sempreverde appare una Red Bull formato Peter Pan, pronta a candidarsi quale squadra da battere nel 2017. Dal Cavallino il mondo della F1 si attende (sempre) una pronta reazione, per poi rimanere puntualmente deluso. La domanda, stavolta, è ancora più angosciante: chi firmerà la rutilante corazza rossa che accompagnerà in pista i prodi Vette e Raikkonen?

Brasile ed  Abu Dhabi, gare dense di significato solo per due piloti, ovvero Hamilton e Rosberg. Ai due ragazzacci della Mercedes gli onori di giocarsi il mondiale, per il resto è già 2017. E mentre tutte le squadre s’affannano a fare proclami, ad illustrare i loro progetti tecnici d’avanguardia, a fregiarsi delle loro diarchie o triadi di tecnici super graduati, la Ferrari è lì in un angolino, con un motorista, seppur bravissimo, promosso nel ruolo di direttore tecnico e il progettista Simone Resta che sembra ormai lasciato solo al suo destino.

La SF16-H firmata dall’ex James Allison s’è rivelata essere un progetto fallimentare. Non può altresì definirsi una monoposto che soffre le alte temperature, in una disciplina che annovera tra i suoi capisaldi il calore delle componenti, dell’arsura dell’asfalto, della gomma incollata alla pista. Dire “Abbiamo una vettura di F1 che soffre il caldo” equivale a costruire una squadra di calcio con undici giocatori che non hanno fiato. E’ su queste basi, e da un foglio bianco che spaventa più che ispirare, che la Ferrari sta lavorando – nel più assoluto mistero – alla vettura della rivoluzione aerodinamica.

Noi ci affanniamo a difendere il podio conquistato da Vettel in Messico, inseguiamo le briciole, speranzosi di vedere quel cambio di passo tanto sdoganato da Marchionne al momento del suo insediamento a Maranello. Ma le voci di corridoio non lasciano ben sperare. La collaborazione con la Dallara non è stata smentita e allora vien da chiedersi come si potrebbe parlare di “grande fiducia nelle risorse interne” se poi ci si rivolgesse per l’aerodinamica ad un’azienda esterna.

Inoltre, nemmeno fosse il deus ex machina del teatro latino, la Ferrari – secondo i soliti beninformati – parrebbe essere vicina ad ingaggiare ancora una volta Rory Byrne nel ruolo di consulente, una figura che ormai oscilla tra il mitologico e il surreale. Ingegnere mitico degli anni d’oro, ma “salvatore della patria” poco efficiente già un po’ di anni fa, all’epoca di Fry e Tombazis. Non ha senso, nessun senso, pensare che un progettista in pensione, seppur un fuoriclasse del settore, possa risolvere con la bacchetta magica i problemi della Ferrari. Potrà dare valide indicazioni, ma queste vanno trasformate in fatti concreti.

In attesa di una smentita sull’ingaggio di Byrne, che difficilmente arriverà da parte di una Ferrari ultimamente alquanto criptica nella comunicazione, resta la sensazione che per chiudere il gap manchi sempre qualcosa. Di primo acchito è mancato un mercato tecnici portato avanti con l’intenzione di vincere. James Allison non è stato rimpiazzato da una figura di pari spessore e non sembra stiano per arrivare tecnici di alto livello da altre squadre. Il modello di lavoro orizzontale potrà essere anche una scommessa vincente, ce lo auguriamo, ma allora perché convocare ancora una volta Byrne? Lasciamo le leggende in pace, a pescare nei mari della Thailandia, e proviamo a guardare avanti, investendo e potenziando la scuderia. Facendo presto, perché il coccodrillo che fa Tic Tac s’avvicina…

Antonino Rendina


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