La storia di Riccardo Paletti

La storia di Riccardo Paletti

“Mi piacciono i soldi e le donne, sono convinto che con la Formula 1 ci si possa levare questi sfizi”.

Così Riccardo Paletti disse in un’intervista del 1981: le parole di un giovane che come tutti sogna la gloria; ma in verità il ragazzo nato a Milano nel 1958 era molto più profondo di quello che potrebbe trasparire da questa frase. Nato da una famiglia benestante dimostra sin da bambino un’innata passione per tutti gli sport tra cui il Karate, disciplina che lo formerà sia dal punto di vista fisico che mentale, e lo sci d’alpinismo. Nel 1974 è in Olanda dove assiste al GP di Formula 1 sul circuito di Zandvoort, vinto da Lauda su Ferrari: nasce in lui un forte sentimento verso questo sport che lo porterà a competere in varie campionati, fino alla classe regina.

Nel 1978 debutta nella serie SuperFord ottenendo diversi podi anche se non sale mai sul gradino più alto, classificandosi terzo a fine stagione. L’anno seguente approda in Formula 3 dove vive un anno intenso senza riuscire però ad ottenere grandi risultati (due volte quinto); sempre lo stesso anno debutta  in Formula 2 nella gara di Misano dove è però costretto al ritiro a causa di un incidente. A metà del 1980 passa definitivamente alla Formula 2 nel team Onyx sostituendo Johnny Ceccotto, andato in Minardi, e al GP di Monza coglie un ottimo terzo posto confermando le sue doti velocistiche. Nel 1981 viene riconfermato nel team e acquisisce ancora più esperienza guidando anche come tester, mentre in campionato ottiene due podi a Silverstone e Thruxton, seguiti però da ben 7 ritiri consecutivi. Convinto dal padre – mentre lui vuole rimanere nella categoria minore per migliorare – esordisce così nella massima serie agli inizi del 1982.

Come secondo pilota del Team Osella la vita non è di certo facile per Riccardo ma lui lo sa, è un combattente e non intende cedere proprio ora che ha raggiunto il suo traguardo. La FA1/C messagli a disposizione dal team è conosciuta come “quella che perde le ruote” , dal momento che è soggetta a continui guasti meccanici e portarla al traguardo pare un’impresa; a parer di molti la vettura era stata mal progettata dall’ingegnere Guilpin e per vari errori di calcolo la sua affidabilità era scarsa.

Lo stesso Paletti ad inizio stagione, durante un’intervista, aveva dichiarato le sue intenzioni: “Qualificarmi nel maggior numero di gare è il mio obiettivo”, a dimostrazione che era consapevole dei limiti suoi e della vettura, ma senza aver paura di fare una brutta impressione, perché era una ragazzo modesto e soltanto a prima vista poteva sembrare “un rampollo di ricca famiglia che vuole correre in automobile e potrebbe non avere il talento per farlo”. Ma il ragazzo ha talento e si impegna in modo costante lungo tutto il 1982, ingoiando anche qualche rospo, quando nel Gran Premio di Detroit dopo essersi qualificato è costretto a lasciare il volante al suo compagno di squadra Jean – Pierre Jarier. Non si arrende e lavora sodo: in Canada riesce ad ottenere la qualificazione tanto desiderata, in ventitreesima posizione.

È il 13 giugno 1982.

Completato il giro di ricognizione le auto si schierano , per Riccardo è la sua prima partenza a ranghi completi, vuole dimostrare di che pasta è fatto. Pochi secondi prima del via la Ferrari di Didier Pironi  si spegne ed il pilota alza le braccia per segnalare il problema, ma la direzione gara autorizzò comunque la partenza. Le prime auto evitarono la monoposto ferma in prima fila, ma non il giovane Paletti che partendo dal fondo dello schieramento si trovava la visuale coperta dalle altre vetture.                                                    L’impatto fu violento e non esistendo allora cellule di sicurezza come oggi, il pilota riportò gravi ferite toraciche che lo uccisero sul colpo. I soccorsi non tardarono ma nel tentativo di trarre in salvo il pilota la vettura prese fuoco allontanando i soccorritori, che cercarono inutilmente di estinguere il rogo: per il giovane milanese non ci furono speranze. Avrebbe compiuto 24 anni soltanto due giorni dopo.

“Se fosse toccato a me invece che a Gilles, sui giornali ci sarebbe stato poco più di un trafiletto”.              

Queste furono più o meno le parole usate da lui dopo la tragedia di Zolder in cui a perire fu Gilles Villenueve; parole usate per sottolineare un’epoca in cui a prevalere sono soprattutto l’egoismo e l’indifferenza. Tuttavia, dopo quasi trentuno anni dalla sua scomparsa, il suo ricordo è ancora vivo nel cuore degli appassionati e di chi gli ha voluto bene, “il ragazzo tranquillo, amato da tutti per la sua educazione e modestia”, così lo descrisse Enzo Osella. Durante tutta la difficoltosa stagione non si era mai tirato indietro, aveva affrontato ogni situazione senza perdere la testa e concentrandosi su ciò che contava per poter migliorare come pilota all’interno del Circus della Formula 1, perché sapeva che un giorno avrebbe potuto dimostrare il suo vero valore.

In suo onore gli è stato dedicato un circuito vicino Parma; inoltre il box numero 16 del circuito di Monza è a lui intitolato.  Per mantenere viva la sua memoria vi è anche un sito ufficiale interamente dedicatogli. Ricky – così era soprannominato – con i suoi occhialoni da liceale, era un ragazzo ricco di generosità e come tale va ricordato, insieme a tutta la schiera di piloti che purtroppo hanno perso la vita facendo ciò che più amavano.

Andrea Villa

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10 commenti
  1. michele

    16 febbraio 2013 at 10:32

    Quel maledetto giorno era davanti alla tv.

    Pironi partiva mi pare in prima fila, era se non mi sbaglio il GP del Canada o un GP americano.

    L’anno mi pare 1982. Un anno molto sfortunato per la Ferrari, che seppur con la miglior macchina (vinse poi il mondiale costruttori) non riuscì a portare a casa il mondiale piloti vista la morte di Gilles e l’incidente gravissimo di Didier Pironi in Germania.

    Quel giorno Pironi rimase piantato fermo in partenza senza muoversi di un millimetro.

    vedevo le macchine scorrere ai lati di Didier Pironi e quelle che partivano da dietro arrivavano sempre più veloci.

    Ad un certo punto vedo una macchina che proprio non l’ha visto.

    Se lo è trovato davanti all’improvviso. Era quella di Riccardo Paletti.

    Sulle prime dopo il tamponamento ero convinto che Paletti avesse rimediato solo una forte botta, ma niente di più. Il pilota però non si muoveva e i soccorsi, seppur arrivati subito (era sulla linea del traguardo), nulla potevano fare. Tirarlo fuori da lì era diventata un’impresa.

    Le fiamme alte….

    Paletti era già morto, solo con la botta riportata….

    Ma ora ho trovato anche il video…si era proprio in Canada.

    http://www.youtube.com/watch?v=Zdf0alYcgGs

    • michele

      16 febbraio 2013 at 15:59

      In questo video incredibile, al min 3,19

      si vede Paletti in primo piano mentre Sid Watkins

      gli si avvicina per verificarne le condizioni

      subito dopo tutto prende fuoco!!!

      http://www.youtube.com/watch?v=wTKczox4GHg

    • michele

      18 febbraio 2013 at 13:22

      Quel giorno la madre di Paletti era venuta all’autodromo per vedere il figlio gareggiare,

      ad insaputa del figlio.

      Due giorni dopo paletti avrebbe compiuto gli anni.

      24 anni.

  2. amico di frederick

    16 febbraio 2013 at 12:21

    anche io ricordo bene quel gp perche’ sebbene fossi solo un bambino allora gia’ guardavo le gare in tv. Col senno di poi posso solo affermare e credo che sia un’opinione perfettamente condivisibile da tutti che grazie alla tecnologia e ai sistemi di sicurezza certe tragedie oggi e’ pressocche’ impossibile che avvengano a meno che non sia il tuo momento decretato dal “fato” come a mio parere e’ stato l’incidente di Ayrton che se fosse successo 5 secondi prima o 5 dopo non sarebbe successo nulla ma il destino ha voluto diversamente

  3. amico di frederick

    16 febbraio 2013 at 19:50

    non capisco il motivo per cui la mia affermazione di cui sopra ha un numero elevato d pollici giu’…boh vai a capirle certe persone….

  4. Maxfunkel

    17 febbraio 2013 at 08:11

    Ricordo anch’io quel GP, in una stagione maledetta per la Formula Uno e per la Ferrari.Prima la tragedia di Zolder, poi Riccardo a Montreal, poi Didier Pironi a Hockenheim… un anno terribile, frutto della poca attenzione dell’epoca per la sicurezza. ma purtroppo la F1 da quell’anno seppe solo togliere le famigerate minigonne e null’altro, la sicurezza delle cellule venne molto dopo. E altre vite dovevano ancora essere sacrificate sull’altare dello spettacolo.

  5. Federico Barone

    17 febbraio 2013 at 17:05

    Terribili ricordi. Le immagini le ho impresse nella mente. Quel 1982, come il 1994, fu un anno tragico.

    Ma ogni volta che ci raggiungeva una notizia tragica era un momento tristissimo che mi faceva dubitare della giustezza della mia passione: come si può amare uno sport che porta alla morte?

    Per fortuna le vetture ed i circuiti ora sono molto più sicuri. Sotto questo aspetto sono stati fatti passi da gigante.

    Paletti, Senna, Villenuve, Ratzenberger, Bellof (non in F1), Pironi, Bandini, Courage, Pryce, Peterson, De Angelis, Alboreto (non in F1), Williamson, Rindt e tantissimi altri. Ogni pilota scomparso è uno di troppo. 🙁

    • michele

      18 febbraio 2013 at 09:43

      E’ vero,

      anche se questi ricordi fanno parte di noi.

      Essi ci accompagneranno sempre.

      Questi piloti vivono e vivranno sempre dentro chiunque abbia la nostra passione.

      Ecco perchè il passato non può essere dimenticato e parlarne è importante.

      La F1 era anche questo.

      Il rischio che affrontavano questi uomini, senza paura ha contribuito a rendere immortale questo sport.

      Questi uomini, che una volta erano davvero degli eroi,

      non moriranno mai.

      E loro sfide eccheggeranno sempre nelle nostre menti,

      finchè vivremo…

  6. Federico Barone

    17 febbraio 2013 at 17:06

    Dimenticavo: un bell’articolo. Molto informativo.

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