Hamilton, stavolta la lezione arriva dall’America…

Ennesimo scivolone del pilota inglese, che manca di rispetto ai suoi colleghi di oltreoceano...

Hamilton, stavolta la lezione arriva dall’America…

Il problema di fondo è che Lewis Hamilton non riesce a trasformare il talento immenso alla guida in serenità fuori dall’abitacolo. Ad una ormai acclarata discontinuità latente al volante, con qualche pausa di riflessione e amnesia di troppo per un pilota della sua (sublime) classe, si aggiungono scivoloni e cadute di stile che non fanno onore a chi potrebbe essere una bandiera universale del motorsport, con tre titoli mondiali di F1 in bacheca e ben cinquantacinque GP vinti.

Tra le pieghe di parole sovente incoerenti e contraddittorie, di un approccio al mondo delle corse alla “Dottor Jekyll e Mr. Hyde”, si può scorgere tutta l’irrequietezza e insofferenza di un carattere complesso, tormentato, che fa quasi tenerezza per una malinconia di fondo che ricorda molto da vicino la solitudine.

E’ Hamilton quello pronto a fare i complimenti all’ex team mate Nico Rosberg per poi, a mondiale (ormai) perso, promettere di raccontare scottanti verità in un fantomatico libro. Gettando così un velo di sospetto sulla sua stessa squadra, che pure crede in lui e lo ricopre d’oro. Lo stesso Lewis che nelle giornate “no” non esita a lamentarsi della vettura in modo palese, per poi magari baciarla alla prima vittoria.

“Sogno una sfida alla pari con Vettel, lo rispetto tanto” – continuava a ripetere, in modo anche ridondante – ma alla prima occasione ha affondato il coltello nella piaga: “La Ferrari ha aiutato Vettel a Montecarlo, lo faranno arrivare avanti ad ogni gara, hanno scelto il loro primo pilota”. Un tentativo blando di destabilizzare gli avversari, alla faccia della sfida alla pari tanto agognata.

Nei giorni precedenti alla 500 miglia di Indianapolis il fuoriclasse inglese s’è spinto un po’ più in là, mancando di rispetto verso un’intera categoria di colleghi, per giunta temerari, piloti con attributi giganteschi. Luigino ha provato a ridimensionare l’impresa in qualifica di Alonso, quinto in griglia alla sua prima 500 miglia, con un’uscita a dir poco improvvida, superficiale, infelice: “Alonso quinto a Indianapolis? Ho visto le qualifiche, è un risultato…interessante, che fa capire molto sul valore dei piloti che corrono tutto l’anno in quella categoria”.

Una dichiarazione tagliente, caustica, anche cattiva, che ha fatto girare sonoramente i gioielli di famiglia a chi lambisce pericolosi muretti, a chi non esita a dare del “tu” a gare che possono essere fatali, mettendo in gioco, a 360 all’ora di media, anche la propria vita per inseguire una passione. La IndyCar sarà più ruspante, meno tecnologica della F1, ma in quanto a velocità, sforzo fisico, concentrazione, non ha molto da invidiare alle gare europee. Basti pensare all’approccio umile, professionale, rispettoso di Fernando Alonso, manico stellare che pur ha sudato sette camicie in bagarre con colleghi che non hanno mai messo piede in F1.

Uno di questi, Tony Kanaan, veterano e idolo delle folle in America, con all’attivo un campionato vinto e una 500 miglia, in più di quindici anni di onorata carriera, ha risposto per le rime al pilota della Mercedes:

“Non è facile commentare le parole di Hamilton. L’anno scorso ha corso un campionato riservato a due sole monoposto, ed è arrivato secondo, non c’è molto altro da aggiungere. Fernando ha dimostrato una grande umiltà venendo a correre qui, cosa che non riesce ad altri, e spero che altri piloti seguano il suo esempio. E’ stato un piacere correre insieme a lui e spero di rivederlo presto in America”.

Una lezione di vita, un invito al rispetto per i piloti di altre categorie, ma anche una stoccata niente male, giusto per far capire che nessuno dovrebbe giudicare il lavoro altrui, bollarlo come “scarso”, senza avere tra le mani la benché minima prova, senza aver provato l’ebbrezza e la difficoltà di gare lontane e completamente diverse.

Hamilton ha mancato di rispetto a colleghi, piloti come lui, che vivono per lo stesso folle sogno su una striscia d’asfalto. Ma ha preferito mettere un’altezzosa distanza tra lui e l’altro mondo, l’ennesimo muro dei tanti, troppi, messi in carriera. Difficile capire perché agisca così, ma non è altrettanto complicato comprendere perché il pilota Mercedes sia uno sportivo che divida così tanto gli appassionati; anche Alonso – ad esempio – ha un carattere “sfaccettato”, eppure a Indianapolis ha indossato i panni dell’esordiente, del rookie, con una modestia da campione vero, senza atteggiamenti da primadonna, facendosi apprezzare dai piloti e dagli appassionati di IndyCar. E pensare che una decina d’anni fa quello borioso tra i due sembrava proprio Fernando…

Antonino Rendina


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