James Hunt, un ragazzo britannico

La vera storia del protagonista di Rush

Insieme a Niki Lauda ha scritto una delle pagine più epiche della storia della Formula 1, oggetto del film Rush che ha spopolato nelle sale di tutto il mondo. Questa è la sua storia
James Hunt, un ragazzo britannico

di Michele Galbiati

Le vite dei piloti sportivi sono le più belle da raccontare, perché non sono mai banali e sembrano sempre più lunghe e più intense di tutte le altre, anche quando si spengono troppo presto e si trasformano da biografia in mito. Quella che sto per ricordare è la storia agrodolce di un ragazzone biondo che sapeva guidare forte e della più improbabile e divertente scuderia che la Formula 1 abbia mai visto. È una storia di coraggio e paura, di amore e di morte.

È la storia di un pilota.

James Hunt nasce il 19 agosto del 1947 a Belmont, nella verde campagna inglese non lontano da Londra. Da piccolo è un bambino ribelle e irrequieto, da adolescente pure, da adulto anche. Il giorno del suo 18esimo compleanno, il biondo Hunt vede per la prima volta un gran premio di Formula 1, decide all’istante che il pilota da corsa è il mestiere che fa per lui e giura che un giorno diventerà campione del mondo. Nonostante l’ovvia opposizione dei genitori, James tiene duro e dopo un paio d’anni piuttosto anonimi passati a gareggiare in Formula Ford, passa alla March, in Formula 3, dove disintegra un discreto numero di macchine e riceve il perfido soprannome di “Hunt the Shunt”, Hunt “Lo Schianto”.

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Quel giovanotto inglese che gira scalzo nel paddock fumando come un turco è però tutt’altro che scarso alla guida e qualcuno finalmente se ne accorge. Lord Alexander Hesketh III è un giovane barone inglese che nel 1972 ha 28 anni, è miliardario, ed è stanco della solita routine fatta di caccia alla volpe nelle sue sterminate tenute. Non sa nulla di motori e di macchine, ma ha la folle e romantica idea di buttarsi nel mondo delle corse, per ”tenere alto il buon nome dell’Inghilterra”. Attinge a piene mani dall’immenso patrimonio personale e fonda una propria casa automobilistica, la “Hesketh Racing”, che debutta in Formula 2 con risultati modesti. Nonostante l’illustre famiglia tenti in tutti i modi di farlo desistere dalla sua pazza crociata naif, Hesketh decide di fare il “grande salto” in Formula 1, anche perché, come dichiara alla stampa, «La Formula 1 di oggi è una bottiglia di champagne sgasata…. adesso siamo arrivati noi con le bollicine».

Hesketh è di parola. La macchina della scuderia è una March 310 ritoccata da quel genietto di Harvey Postlethwhite (futuro ingegnere Ferrari e McLaren) ed è completamente bianca, attraversata soltanto da due linee rosse e blu, che ricordano i colori della bandiera britannica. Non ci sono sponsor sulla carrozzeria perché »non si possono appiccicare adesivi sull’Union Jack» come ama ripetere Lord Hesketh, che paga di tasca sua senza batter ciglio il costo esorbitante dell’allegro carrozzone.

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James Hunt, che conquista le simpatie degli appassionati girando scalzo per i box con l’eterna sigaretta in bocca, rinuncia anche a un paio di milioni di sterline, rifiutandosi di far comparire i marchi degli sponsor sulla sua tuta, in favore del più prosaico slogan “Il sesso è la colazione dei campioni”. Quando questa insolita banda di amanti delle corse si affaccia nel mondo super-professionale della Formula 1, le altre scuderie ridacchiano sotto i baffi e pensano subito ad uno scherzo. Il primo anno di corse dà ragione ai detrattori perché i risultati sono davvero modesti, anche se il logo della Hesketh Racing (un orsetto con il casco da pilota) inizia a diventare una piccola icona di eccentricità.

Nella stagione successiva, la macchina inizia a correre veloce e il piedone di Hunt diventa sempre più pesante: dopo una serie di discreti piazzamenti, nel 1975 la Hesketh Racing vince a Zandvoort, in Olanda, la sua prima gara di Formula Uno, diventando il mito degli adolescenti di tutto il mondo. Nonostante l’interesse dei media e l’attenzione degli sponsor, Lord Hesketh rifiuta categoricamente ogni genere di finanziamento esterno e continua a bruciare i miliardi di famiglia innaffiando i box di champagne.

Alla fine del ’75 però i soldi per giocare alla Formula 1 finiscono, e il “buon Lord” come lo chiama Hunt, è costretto a chiudere baracca e burattini, tra la tristezza di milioni di ragazzi in tutto il mondo. Hunt è a piedi, letteralmente, ma qui succede il bello.

Emerson Fittipaldi, brasiliano campione in carica con la McLaren decide di lasciare il team inglese per la sconosciuta “Copersucar”, una neonata scuderia fondata dal fratello con i proventi della sua piccola fabbrica di zucchero. Hunt diventa così il nuovo pilota della McLaren, la scuderia campione del mondo in carica. La macchina è un bolide e il 1976 è l’anno d’oro del nostro, che per un pugno di gare lotta testa a testa con il fortissimo talento austriaco Niki Lauda. Ad Agosto quest’ultimo si sfracella sull’anello del Nürburgring in Germania, 23 km di curve infernali nel cuore della Foresta Nera, in un terrificante incidente che sbriciola e incendia la sua Ferrari. Hunt, che di Lauda è amico e ha vissuto con lui un paio d’anni a Londra agli inizi della carriera, invia al malconcio pilota austriaco in ospedale un telegramma insolito e duro dichiarando che quello è l’unico modo per stimolare l’amico e rivale a riprendersi e a combattere con lui per il titolo finale.

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E così avviene, infatti. È il 19 ottobre del 1976: sulla vecchia e malandata pista del monte Fuji, gli attoniti spettatori nipponici non hanno mai visto una pioggia così in vita loro. Mai.

Alcuni box si allagano, le comunicazioni radio funzionano a sprazzi, c’è un vento freddo da Giudizio Universale che spazza la pista. Lauda ha fatto il doppio miracolo di sopravvivere e di tornare a correre in soli 40 giorni, anche se lo “scherzetto” del Nürburgring gli è costato un orecchio e tutti i suoi riccioli biondi. Dopo un paio di giri, però, la sua faccia da “vampiro albino” ricostruita dal bisturi ritorna mestamente ai box: «Ragazzi, scusatemi ma non me la sento, correre oggi è da pazzi

James Hunt capisce che questa è l’occasione della vita e che un giorno così non capiterà mai più, dovesse vivere altre cento volte. Col cuore in gola inizia a schiacciare l’acceleratore sempre più a fondo, sempre più forte, volando via nella pioggia e nel vento. Arriva terzo ed è Campione del Mondo 1976 di Formula 1, con un punto di vantaggio su Lauda. Il sogno di una vita è realizzato, anni e anni di sacrifici e di perplessità sono spazzati via dal fiume di champagne che lo inonda e nasconde le lacrime di gioia.

Tutti lo cercano adesso, tutti lo vogliono: gli sponsor che lo coprono d’oro, i tabloid che lo vogliono in copertina ad ogni costo, le ragazzine di mezzo mondo che appendono adoranti il suo bel faccione in camera da letto. Sembra una favola, anche se è tutto troppo bello per durare.
Infatti non dura.

L’anno successivo il pilota inglese mangia la polvere di Lauda per tutta la stagione, tra guasti tecnici e critiche durissime da parte degli altri piloti che senza troppi giri di parole gli consigliano bruscamente il ritiro. Poi ci si mette anche il destino.

Nel 1978 a Monza, il Gran premio del suo amico Ronnie Peterson dura appena 500 metri, prima che la sua macchina venga coinvolta in un impressionante tamponamento di massa e prenda fuoco. Peterson muore il giorno dopo per asfissia e Hunt con il dolore nel cuore termina una stagione sportivamente anonima, meditando il ritiro. Il Gran Premio di Montecarlo del 25 maggio 1979 è la sua ultima gara in Formula 1: «Lascio ora, non ho rimpianti» dice nella conferenza stampa post-gara affollata da giornalisti e da ragazzine in lacrime. «Ormai nella Formula 1 di oggi l’uomo non conta più

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Purtroppo però l’ombra dell’anonimato dopo gli anni di gloria e fama si rivela troppo dura da sopportare. Hunt viene ingaggiato dalla BBC come telecronista per la Formula 1, ma spesso si presenta in diretta visibilmente ubriaco e dopo poco tempo viene allontanato. Beve in questi anni Hunt, beve molto e male. L’ex campione del mondo decide di isolarsi nella sua elegante villa di Wimbledon, in compagnia di un amico schiavo della bottiglia e più depresso di lui.

Poi però succede qualcosa. A una festa il nostro James conosce Helen Dyson, una giovane studentessa di belle arti che ha 23 anni di meno. Hunt se ne innamora perdutamente. Decide di smettere con la bottiglia, la BBC pensa di richiamarlo, la vita sembra tornare ad essere gentile con lui. Helen è affascinata dalla sua personalità, dal suo orgoglioso carisma, forse anche dal modo romanticamente anticonformista con cui lui le chiede la mano: al telefono, alle 4 di notte, mentre lei è in vacanza con un’amica a Parigi.

La risposta a quella domanda noi non la sapremo mai. Quello che sappiamo è che James Hunt è felice come nei giorni migliori quando se ne va per sempre, un paio d’ore dopo quella telefonata. È il 14 giugno del 1993, il suo cuore si ferma a 46 anni. Un ospite a casa sua si sveglia verso le 4 di mattina e lo vede disteso a terra sul pavimento della cucina, con gli occhi chiusi e una bottiglia di latte in mano.

“Infarto”, scriveranno i medici nel referto, compilato in tutta fretta. “Sembrava stesse sorridendo” confesserà tra le lacrime l’amico che lo ha trovato.

Foto: Wikimedia Commons

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5 commenti
  1. Luke-ferrarista ma sempre oggettivo

    29 ottobre 2013 at 21:43

    Complimenti, bellissimo articolo

  2. Tizi65

    29 ottobre 2013 at 22:01

    Gli anni dei vari Hunt, Lauda, Andretti, Scheckter, Fittipaldi, sono questi che mi hanno fatto innamorare della formula 1; anni irripetibili, tutto era più improvvisato e meno professionale ma tremendamente coinvolgente, era un mondo romantico dove la sfida con la morte era parte del gioco e la si accettava. Oggi la formula 1 è uno sport sicuro ma se sia più umana proprio non saprei….anzi…..

  3. red27

    30 ottobre 2013 at 09:21

    …quando le corse erano pericolose… ed il sesso era sicuro 🙂

  4. Raphael

    30 ottobre 2013 at 18:35

    Il film lo dovevano fare sulla vita di Hunt. Bell’articolo.

  5. Federico Barone

    30 ottobre 2013 at 22:08

    Articolo molto bello, da leggere d’un fiato. Veramente scritto bene.
    Una solo imprecisione: il Nürburgring non è affatto nel cuore dell Foresta Nera, questa si trova abbastanza più a sud, al confine con la Francia, nella valle del Reno, estendendosi da Basilea circa fino all’altezza di Stoccarda.

    Ma ciò non inficia la qualità dell’articolo.

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