Ferrari, Vettel non va “abbracciato” ma soltanto supportato al massimo

Non deve passare un messaggio sbagliato dopo le parole di Arrivabene a Monza

Ferrari, Vettel non va “abbracciato” ma soltanto supportato al massimo

Vettel e Raikkonen sono stati i grandi assenti delle finali mondiali Ferrari a Monza. Una festa senza ciliegina sulla torta, visto che i due alfieri del Cavallino avrebbero verosimilmente mandato in visibilio il folto pubblico sulle gradinate.

Poco male, perché il discorso è comunque finito lì, dopotutto è sempre su quel benedetto mondiale perso che si va a parare, sui rimpianti e sui (consuetudinari) propositi di riscossa.

L’equivoco di fondo, però, è che passi l’idea – totalmente sbagliata – che le sorti della Ferrari siano affidate agli umori e al carattere di un pilota, meglio di un “capitano”, fragile, emotivo, qualcosa di molto lontano dal dato fattuale di un quatro volte campione del mondo con stipendio  stellare e più di cinquanta vittorie in bacheca.

In un (maldestro?) tentativo di rinnovare pubblicamente – urbi et orbi – la fiducia a Sebastia Vettel, il team principal del Cavallino ha rilasciato dichiarazioni quasi improvvide: “L’aspetto umano per Vettel conta moltoha sostenuto Maurizio Arrivabene a Monza è un ragazzo che va coccolato, deve sentire l’abbraccio del team”.

Perché – sempre da quanto si evince dalle parole del capo – Vettel avrebbe incontrato ulteriori difficoltà dopo l’errore di Monza “perché teneva troppo a vincere quella gara”. Ne esce insomma un ritratto umano, dolce, tenero, di un campione tendente alla fragilità e bisognoso dell’affetto del team.

Un quadro che però sembra contrastare con l’idea che in molti abbiamo di Sebastian Vettel. Sarebbe forse più giusto relegare i troppi errori di guida anche ad una tranquillità che evidentemente è venuta meno, ma senza esagerare nel puntare sull’emotività. Altrimenti trasformiamo l’uomo che dovrà riportare il mondiale a Maranello in un esemplare di specie protetta dal WWF, un cucciolo che va tutelato. Non è così.

Come per fortuna dimostrato in una carriera decennale da incorniciare Seb è un fuoriclasse affamato di vittorie. Uno che fa la faccia storta ogniqualvolta il team mate lo batte, che non esita a strigliare il team se non arrivano sviluppi, che magari sbaglia ma corre all’attacco, provando (quest’anno senza fortuna) ad invertire un trend negativo ahinoi scolpito negli astri. Soprattutto un fenomeno del volante e un leader carismatico.

Vettel è pur sempre il condottiero che vincendo ha alimentato il sogno iridato per più di metà stagione, che in inverno gira col taccuino per prendere annotazioni tecniche, che osserva scrupoloso ai box il lavoro dei meccanici. Più che di affetto avrebbe bisogno di una monoposto sempre competitiva, di sviluppi continui, di un supporto che sia tecnico pittosto che affettivo. La Mercedes ha dimostrato come si tratta una prima guida, mettendo Hamilton a tal punto al centro del progetto da mortificare in più di una occasione Bottas, anche quando forse non era il caso.

La Ferrari e Vettel sembrano due innamorati persi che vivono una storia trascinante, tormentata, travolgente, mentre il pilota dovrebbe solo essere un implacabile finalizzatore del risultato. Più che pacche sulle spalle e parole di conforto bisognerebbe dare a Vettel una monoposto competitiva a trecentossesanta gradi. “Io ho sbagliato, ma non è vero che avevamo sempre la miglior vettura” lo ha sussurrato proprio Seb, un messaggio chiaro al team.

Sarebbe doveroso dare fiducia al pilota per le prestazioni e giudicarlo per i risultati in relazione al mezzo a disposizione, lasciando la sfera emotiva fuori da ogni discorso. Sarebbe un bel punto di partenza per ridare anche la giusta dimensione ad un rapporto che altrimenti rischia di incartarsi come in una commedia degli equivoci.

Antonino Rendina


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2 commenti
  1. .. non è normale

    5 novembre 2018 at 19:07

    victor sono in attesa di un tuo commento ridicolo per farmi qualche risata. dai victor muoviti commenta che mi rido 😉

  2. Zac

    Zac

    6 novembre 2018 at 09:40

    Nel momento decisivo della stagione, quando servivano le pole position per dare la svolta al mondiale, da tutti gli addetti ai lavori, SV5 si sentiva ripetere sempre la solita litania: “Adesso Vettel non può più sbagliare”. E in qualifica, per non sbagliare, finiva per deludere. Se fosse partito in testa, a cominciare da Monza, sarebbe stata tutta un’altra storia, tanto in F1, a certi livelli e a parità di condizioni, non si sorpassa.

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