F1 | Kevin Magnussen, quel “predestinato” mai sbocciato

Dal podio all'esordio con McLaren alla pole position in Brasile: una carriera con pochi ma roboanti acuti

F1 | Kevin Magnussen, quel “predestinato” mai sbocciato

Inutile negarlo, la pole position di Kevin Magnussen in Brasile ha riempito il cuore di gioia di tutti gli appassionati di motor sport. Il pilota danese ne ha passate di cotte e di crude in questi anni, e soltanto dieci mesi fa non avrebbe mai creduto di poter tornare in Formula 1 dopo essere stato mandato via dalla porta principale un po’ all’improvviso e sotto gli occhi di tutti. Eh sì, perché c’era un patto tra Kevin e la stessa Haas, un patto stipulato nel 2020 ma mai portato al termine evidentemente per questioni economiche, e gli ingaggi di Mazepin e Schumacher ne sono la testimonianza.

UN PREDESTINATO
Parola forse troppo abusata negli anni per definire il talento innegabile di Charles Leclerc, eppure Magnussen è arrivato tra i grandi in punta di piedi conquistando un podio clamoroso (secondo posto) a Melbourne nel 2014, sua gara di esordio in Formula 1 con la McLaren. Niente di casuale: certo, era il primo weekend dell’allora (ma anche oggi) discusso regolamento tecnico e che ha portato il Circus nell’era turbo-ibrida. I team ancora dovevano capire bene questa tecnologia, ma a Kevin non gliene importava nulla, e complice una MP4/29 eccezionalmente competitiva in quel fine settimana australiano è riuscito a ritagliarsi quel suo piccolo ma grande spazio di gloria personale con un risultato che ai più avrebbe aperto ad una brillante carriera.

Magnussen a podio con la McLaren in Australia nel 2014 (foto XPB)

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LO STOP FORZATO E IL RILANCIO FALLITO IN RENAULT
Con il passare della stagione però le cose non andarono esattamente così: Kevin non riuscì a replicare mai quella prestazione di Melbourne, anche perché la McLaren non si rivelò una vettura assai competitiva. Al termine dell’annata venne doppiato in termini di punti da Jenson Button, suo compagno di squadra ma non facendo comunque rimpiangere Sergio Perez, messo da parte proprio per fargli posto.

A quel punto però un uragano di nome Fernando Alonso entrò prepotentemente nella sua carriera, prendendogli forse inaspettatamente quel sedile, ripreso per un attimo a Melbourne, proprio lì, nel 2015 per l’infortunio “strano” dello spagnolo a Barcellona, ma i sogni di gloria finirono nel giro di schieramento per la frittura del primo motore Honda dell’era turbo ibrida. Kevin non ci sta, e dopo un anno passato ingiustamente ai box decide di cambiare aria: si va in Renault, in un team appena rientrato in Formula 1 con l’ambizione di rilanciarsi: inutile rammentarvi come le cose non andarono proprio così, e il danese riuscì a conquistare appena sette punti in ventuno gare disputate, troppo poco.

Magnussen in azione con la Renault (foto XPB)

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CERTI AMORI NON FINISCONO

La Haas, quel team americano nato da poco e che promette di fare faville. In parte ci riesce, perché l’inizio del 2016 è un turbinio di emozioni positive per Grosjean, pilota di punta della scuderia, poi però le cose vanno a scemare. Nel 2017 Magnussen prende il posto di un impalpabile Gutierrez, e dopo un’annata così e così, la prima dei nuovi regolamenti tecnici e con vetture più larghe e aerodinamica tutta da scoprire, arriva un 2018 ricco di soddisfazioni innanzitutto per Kevin stesso, in grado di battere il compagno di squadra, storia che andrà a ripetersi anche l’anno successivo nonostante la Haas sia già in forte crisi economica, specialmente dopo la separazione con il main sponsor “farlocco” Rich Energy. Il 2020 nemmeno stiamo a raccontarlo: tre punti soli per la scuderia americana (2 Gros, 1 KMag) e un addio a fine stagione per puntare sui giovani, e sui soldi, necessari per sopravvivere. Quella litigata poi, quel patto che andava a venir meno con Guenther Steiner è cosa ormai nota a tutti.

Inizia un’altra carriera per Magnussen: va a correre in America, partecipa alla 24 ore di Le Mans insieme a suo padre Jan, ex pilota della Stewart ma mai realmente ricordato per le sue gesta in pista. Kevin si diverte, vince anche delle gare ma non è la Formula 1, se ne rende conto nel momento in cui qualcosa gli manca. Scoppia la guerra in Ucraina, la Russia non è più ben vista nel Circus e quindi Mazepin viene licenziato con effetto immediato, al diavolo i soldi! Ecco quindi che Guenther, sempre lui, torna a pescare il figliol prodigo, il quale non esita un attimo.

Kevin in pista con la Haas in versione nera nel 2019 (foto XPB)

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Il 2021 della Haas è stato altamente problematico: la macchina era quella del 2020 modificata per adattarsi al regolamento, e faticava a rimanere alla coda del gruppo dopo il primo giro. Ma nel 2022 la musica cambia, perché arrivano i nuovi regolamenti tecnici volti a stravolgere tutto, e ci riescono, perché Kevin conquista subito un quinto posto stratosferico al suo nuovo esordio in Formula 1 in Bahrain. Da lì in poi altri piazzamenti in top e qualche problema di troppo non dovuto ai piloti, ma semplicemente a una vettura ancora di base e mai realmente aggiornata fino alla Francia.

La pole position di ieri, conquistata tra l’altro senza aver rubato nulla a nessuno, non dimentichiamolo, perché le condizioni erano (più o meno) uguali per tutti. La fortuna di Kevin è stata quella di essere il primo a scendere in pista, e quindi trovarla leggermente più guidabile con le slick rispetto a quelli dietro. Ma ehi, il giro lo devi pur fare, non ti regala niente nessuno in Formula 1, e questo Kevin Magnussen lo sa molto bene.

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