F1 | Kimi si prende l’Italia, la Ferrari si perde tra litigi, motore e tensioni

Kimi fa esplodere il pubblico italiano, disastro Ferrari tra litigi, processi e un'auto che non va

Mentre il trionfo di Kimi Antonelli a Monza regala all'Italia una rimonta storica e un nuovo idolo generazionale, il GP delude pesantemente per la Ferrari. Tradito dal fallimento del nuovo motore e incapace di gestire le forti tensioni tra Hamilton e Leclerc — culminate nel contatto in pista e nelle dure accuse del britannico al team — il Cavallino esce dal weekend ridimensionato sia sul piano tecnico che nella gestione della squadra
F1 | Kimi si prende l’Italia, la Ferrari si perde tra litigi, motore e tensioni

E chi l’avrebbe mai detto che la domenica italianissima di Monza sarebbe stata salvata dalla Mercedes? Per fortuna c’è Kimi Antonelli. Il ragazzo veloce come il vento che è riuscito a scrivere una pagina di storia meravigliosa tra i rettilinei dell’Autodromo, riuscendo a vincere il GP di casa partendo dalla diciannovesima posizione.

Un fenomeno. Che stiamo imparando a conoscere, col suo viso e i modi da bravo ragazzo e quella abilità di far sembrare tutto così naturale, anche rimonte impensabili alla vigilia.

Antonelli da sogno: un’impresa storica che scalda Monza

Kimi ha messo a referto un’impresa esaltante, riuscendo poi a compierne una ulteriore, ovvero farsi acclamare e festeggiare dalla marea rossa, da migliaia di ferraristi, che non hanno potuto non esaltarsi davanti ai sorpassi e alla guida del giovane italiano

Così, perlomeno, Monza è stata tricolore. Anzi è stata storica, perché è davvero impossibile restare indifferenti dinanzi ad una giornata che resterà negli annali. E che potrebbe anche cambiare la geografia del tifo. Oltre che avvicinare sempre di più un pilota italiano al titolo Piloti.

Basti pensare che tantissimi tifosi appassionati di F1 e ferraristi quest’anno maggiorenni non hanno ancora “vissuto” un mondiale della Ferrari. E AKA, con una carriera da fuoriclasse davanti, può diventare per tantissimi giovani quello che è stato Valentino Rossi in MotoGP. O che attualmente è Jannik Sinner nel tennis.

La Rossa “Nazionale dei motori”, se continua così, rischia di essere consegnata nei ricordi di chi ormai ha i capelli bianchi e ha visto ben altro. Quelli che ieri si sono emozionati a vedere in pista la F2002 di Schumi guidata da Seb Vettel. Ma il futuro è dei giovani e ben venga un ragazzo perbene che fa esplodere di gioia migliaia di connazionali e li fa cantare a squarciagola sotto il podio.

Ferrari nel caos: flop tecnico e veleni tra Hamilton e Leclerc

Ci sono giornate che sono delle sliding doors. Che possono fotografare fedelmente un momento storico. Il fallimento della Ferrari nel GP di Italia non era del tutto aspettato, anzi le premesse erano ben altre, ma parte da molto lontano.

Tutto cio che è accaduto, tutti i disastri che hanno portato al modesto sesto posto finale di Hamilton nella gara che doveva rilanciarne le amibizioni iridate, sono mera conseguenza di settimane di errori comunicativi e non solo.

Tra proclami, retorica, il motore aggiornato che doveva essere chissà cosa, la Ferrari non ha fatto nient’altro che mettersi pressione addosso da sola.

Nelle ultime settimane l’atteggiamento di Hamilton è cambiato. Fin dai giorni precedenti al GP di Olanda, l’inglese in ogni dichiarazione ha parlato di corsa al titolo, di quanto abbia cambiato il team, del suo apporto alla Scuderia e dei suoi meriti, di come abbia cambiato mentalità alla squadra come un fantino che sprona il Cavallino con frustino e stivali.

L’inglese ha poi in tutti i modi chiesto aiuto alla squadra, ovvero di essere trattato da prima guida, a sua detta l’unico modo per recuperare in classifica su Antonelli.

Viceversa Leclerc in ogni dichiarazione è stato più prudente, salvo poi promettere – dopo il terzo posto in qualifica – che avrebbe provato a fare una magia per vincere il GP.

Proclami, pretese, grandi propositi. Senza considerare che già dall’Ungheria questa SF26, ora per un fattore ora per un altro, è sempre stata dietro a Mercedes, McLaren e spesso Red Bull.

La ciliegina sulla torta è stata la power unit aggiornata che doveva risolvere tutti i problemi. Il famoso ADUO 2 che avrebbe dato a Leclerc e Hamilton finalmente la potenza per giocarsela con i motorizzati Mercedes. Erano convinti anche loro, così pare. L’asfalto invece ha dato tutt’altro verdetto. Evoluzione di motore se non fallimentare poco ci manca. Altro che chiudere il gap.

Con queste premesse le sportellate in Prima Variante tra Lewis e Charles risultano ancora più inspiegabili e sciocche. Indizio però che la scuderia non riesce a gestire due galli così nel pollaio. Volevano spaccare il mondo, si è spaccato solo il team.

L’incidente di Leclerc è l’epilogo naturale di un fine settimana di frustrazioni, tensioni sottaciute (esco prima io prima tu, la scia qua, la scia là) e di un motore non abbastanza potente.

Hamilton ha corso la sua onesta gara, di più non poteva fare, ma anche lui non ha perso tempo nel dopo gara. Lewis ha mandato a processo la Rossa, dinanzi alle telecamere.

Ha recriminato sulla gestione dei piloti, chiedendo regole di ingaggio certe nei duelli, un problema che secondo lui va risolto.

Ha accusato la Ferrari di non averlo aiutato nella lotta al titolo, quando era ancora in corsa (quando?). E che ora è inutile parlarne perché è troppo tardi. Ha detto di essere un pilota leale e corretto nei duelli, ma che può parlare solo per lui, per l’altro (Charles) chiedere a Fred. Così, testuale.

Dopo giorni a raccontarci quanto con i suoi suggerimenti e il suo lavoro il Cavallino fosse migliorato sia come monoposto che come squadra, Lewis al culmine di un fine settimana disastroso, nel fare i conti con una SF26 non competitiva e un risultato deludente, ha di fatto delegittimato la guida della scuderia, chiamandola al banco degli imputati. Vero, Vasseur?

Monza doveva rilanciare la Ferrari in ottica iridata. Non è andata così. La Rossa esce da Monza con le ossa rotte. Tecnicamente e come squadra, con due piloti che corrono l’uno contro l’altro all’arma bianca e l’incapacità di gestire questa inutile, triste e controproducente rivalità.

Meno male che il campioncino con il numero 12 è italiano. Da “mai una gioia” ad “almeno una gioia” il passo è fatto.

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