GP Giappone – Mercedes fa “triplete”, la strategia condanna una buona Ferrari

Rosberg mette una seria ipoteca sul mondiale, Verstappen gran secondo. Vettel e Raikkonen brillanti, ma non basta...

GP Giappone – Mercedes fa “triplete”, la strategia condanna una buona Ferrari

Ancora una volta, recidiva dopo i recenti fatti di Singapore, la Ferrari rimane invischiata in una strategia che è tutta un vorrei ma non posso, sospesa in un limbo di fragilità ed incertezza che ha condizionato poi l’esito di una gara disputata a testa alta.

Il primo presagio funesto per i sogni di gloria della domenica ferrarista è stata la doccia gelata della sostituzione del cambio sulla monoposto di Raikkonen. Tanto per ricordarci che con questa Rossa non bisognerebbe nemmeno avere l’ardire di sognare.

Eppure la SF16-H a Suzuka va forte, poche storie. Sebastian Vettel sin dai primi giri è protagonista assoluto in gara, con sorpassi decisi che lo portano fino al terzo posto, all’inseguimento di Verstappen. Lo stesso Kimi, deluso dalle noie tecniche al cambio, è autore di una gara brillante (poi conclusa al quinto posto). Ma è Seb l’alfiere indiavolato, tornato a risplendere dopo l’errore malese, pronto a dimostrare di guadagnarsi eccome la tanto chiacchierata pagnotta, con un incedere che è spettacolare. Ma non è bastato il grande ritmo di Vettel, e nemmeno l’ottima gara di Raikkonen, a far tornare la Ferrari su un podio che era ampiamente alla sua portata.

La coperta, ahi noi, è sempre corta. E quando la vettura c’è, a tarpare le ali ai piloti ci pensa il muretto. Come in Canada, come a Singapore, ancora una volta la Ferrari adotta una tattica di gara tutta sua, a tratti indecifrabile, che lascia interdetti addetti ai lavori e spettatori perché risulta curiosamente evanescente. Due gli errori degli strateghi in rosso: in primis non essere riusciti ad anticipare Verstappen alla seconda sosta, applicando lo scolastico undercut, il modo migliore (forse l’unico) per superare un rivale nel gioco dei pit stop. Ma se la Red Bull è stata più reattiva (e ci può stare), tanto valeva però seguirla a ruota per avere magari nel finale gomme più fresche. Coprendosi soprattutto nei confronti dell’arrembante Hamilton.

Invece una Rossa in preda a mille calcoli, e probabilmente ostinatamente fissata sulle proprie convinzioni, ha deciso di tardare la sosta di Seb e mandarlo poi in pista con le soft. Una strategia alquanto strana che ha sorpreso anche Horner, team principal della Red Bull, quasi incredulo nel post gara per come il Cavallino aveva ceduto di schianto, quando invece poteva infastidire il suo pupillo Verstappen.

Un duplice errore, perché la gomma gialla s’è rivelata sbagliata e perché – come accaduto Singapore – si è commesso l’imperdonabile peccato di farsi sopravanzare da una Mercedes. Impensabile, o quantomeno ottimistico, il proposito di superare Hamilton in pista. Dopo la grande qualifica di ieri Maurizio Arrivabene aveva dichiarato che la prestazione era merito del nuovo gruppo di lavoro. Ma se ci insegnano che la squadra è sempre e solo una sola, allora è corretto dire che anche la responsabilità per la strategia poco felice è del nuovo gruppo di lavoro, oppure no?

Un plauso comunque va a Vettel che, sebbene ai microfoni non riesce a nascondere del tutto la sua perplessità, da gran team player qual è non esita a difendere a spada tratta le scelte della scuderia. Un esempio, a testimonianza che di lui proprio non si dovrebbe dubitare. Intelligenti pauca. Fatto sta che da probabile secondo il tedeschino s’è dovuto accontentare della medaglia di legno, mordendo la quale non avrà potuto non pensare per un attimo ai numeri strabilianti della Mercedes. Un team che nell’era ibrida ha fatto letteralmente il vuoto e che a Suzuka ha matematicamente infilato il suo Triplete nel Costruttori, in attesa di quello Piloti. Risorse, due factory in Inghilterra, grandi tecnici e ottimi piloti. C’è da riflettere, perché la forbice rischia di aumentare invece di diminuire.

Nico Rosberg, pole e vittoria in Giappone, con nove trionfi è il dominatore silenzioso di un mondiale che merita di vincere tanto per la grande velocità (sempre sottovalutata, perché Nico va che è una bellezza) sia per l’abnegazione e l’applicazione dimostrate. E’ il suo anno, e Hamilton – partenza degna del peggior Webber quando si incantava – sembra quasi averlo capito. Lewis sta iniziando a rendere onore e merito al compagno-avversario, gli stringe la mano, gli fa i complimenti, probabilmente nella sua testa l’ha accettato come un degno rivale e un suo pari livello. Potrebbe darsi che la definitiva maturazione del tre volte campione del mondo inglese, a dispetto delle polemiche per l’uso dello smartphone in conferenza stampa, passi anche attraverso una sconfitta iridata sempre più concreta.

Alle spalle di Nico Rosberg sul podio troviamo Max Verstappen. Il fenomeno del futuro che s’inserisce sempre più spesso tra i grandi, pronto a prenotare un posto nell’Olimpo dei campioni, pronto soprattutto ad agire sempre borderline, con manovre al limite della correttezza. Chiedere ad Hamilton che s’è visto chiudere la porta in faccia alla chicane senza troppi complimenti. Verstappen è questo; il velocissimo olandese non riesce ad essere più pulito quando si difende. Per ora la FIA lo lascia fare, qualcuno storce il naso ed in fondo appare sempre più evidente la dicotomia tra certezza delle regole ed esigenze di spettacolo.

Antonino Rendina


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