F1 | Strafottente e vincente: Perez è la vera rockstar del Circus

Cacciato da Ferrari e McLaren, ha fatto sempre di testa sua

F1 | Strafottente e vincente: Perez è la vera rockstar del Circus

Antidivo per eccellenza, schivo e non certo simpaticissimo dinanzi alle telecamere, Sergio “Checo” Perez è la vera rockstar del Circus, il “me ne frego” a 300 orari, il coraggio di fare di testa propria fottendosene allegramente di tutto e di tutti, andando avanti per la propria strada a costo di farsi malissimo, di rischiare di bruciarsi, smettere, lasciare per poi ritrovarsi con il sedere su una delle monoposto più ambite, al secolo la Red Bull.

Sergio debutta giovanissimo, a 21 anni, con la Sauber, come giovane talento di scuola Ferrari e con un “annunciato” futuro nel Cavallino. Piede pesantissimo, dopo poche gare prova ad ammazzarsi all’uscita del tunnel di Montecarlo, tanto che, per i postumi del botto nel Principato, in Canada al suo posto corre un già attempato Pedro De La Rosa.

Nel 2012 Checo esplode portando per ben tre volte la Sauber sul podio, dimostrando poi quella che sarà la sua maggiore qualità: una gestione impeccabile degli pneumatici, la capacità di farli durare molto di più rispetto ai colleghi, coniugando una guida “latina” a tratti spettacolare ad una pulizia di linee e una sensibilità sicuramente rare, se non uniche.

Interessante questo Perez, che però rompe un po’ troppo le scatole alla Ferrari e ad Alonso, all’epoca in lotta per il mondiale contro la Red Bull di Vettel. A Monza, dinanzi a quello che poteva diventare il suo pubblico, Sergio tira dritto, a modo suo, chiudendo secondo davanti alla Rossa dell’asturiano. In un mondiale che si giocava punto su punto tutti si chiesero – a bassa voce, perché era una idea politicamente scorretta – perché il giovane messicano della allora embrionale Ferrari Driver Academy non avesse lasciato strada alla casa madre Ferrari.

La risposta fu chiara sin dal principio: Perez se n’è sempre fregato. Checo è il prototipo del corridore cattivo ed egoista (in senso buono), che pensa a fare il bene suo e del team per cui corre. Non è uno che alza il piede, non è uno che fa sconti al compagno di squadra, né che si piega ai giochetti politici. Un caratteraccio; anche litigioso e polemico, dicono. E si è sempre parlato (più o meno fondatamente) di un veto che proprio Alonso mise sul messicano. O io o lui.

E Montezemolo, spalle al muro, non poté che cedere il cartellino del promettente sudamericano alla McLaren di Martin Whitmarsh. Perez, a 23 anni, aveva l’occasione di guidare per un top team. E fu capace di sprecarla. Da subito il messicano si scornò con il campione di casa, Jenson Button, cercando più volte lo scontro e facendo casini. Un pilota tanto bravo a gestire le gomme, quanto ingestibile di carattere.

A recuperarlo fu la Force India e la storia è ben nota. Negli anni Perez si è legato al team di Silverstone diventandone una vera e propria bandiera, salendo più volte sul podio (7) e vincendo il suo unico GP in carriera proprio quando era ai saluti con la scuderia dai molteplici nomi. Anni intensi, passati a fare risultati mentre doveva vedersela con compagni sempre scomodi.

Mentre ad esempio il mondo celebrava il divo e teutonico Nico Hulkenberg, vincente a Le Mans, lui taciturno e scontroso  lo batteva in pista. A Hulk le copertine e gli applausi, a Checo il lavoro sporco, in sordina. Poi è stato il turno del pilotino Mercedes Esteban Ocon. Una specie di suo clone in “la” minore. Un francese antipatico e aggressivo, con il quale Perez ha fatto letteralmente a botte per due anni, uscendone sempre vincitore. Perez è un pugile di quelli bravi a incassare, per poi assestare a fine ripresa il gancio vincente, e uscire malconcio ma felice dal ring. Sudore e fatica, e poteva mai spaventarsi di Lance Stroll, il figlio del capo?

Macché, non è un caso che a portare la Racing Point sul gradino più alto del podio sia stato lui. Prima di salutare e senza un sedile per il 2021. L’anno scorso, da silurato, ha iniziato a dare lezioni di guida, così tanto per gradire. Il ragazzo capace di farsi cacciare da Ferrari e McLaren per il suo caratteraccio, uno che non ascolta nessuno e che potendo litiga con chiunque lo ostacoli. E che se ne frega, perché è talmente forte che non ha bisogno di sorridere o di fingersi simpatico. Checo non ha bisogno di “vendere” la propria immagine. Ha già una nazione (la febbre Perez in Messico è nota) ai suoi piedi grazie al suo modo di correre, infiammando il pubblico come fanno le rockstar ai concerti.

Genuino, diretto, scomplessato, vincente, strafottente e attaccabrighe. Non è un personaggio, ma solo perché non vuole esserlo, ma si potrebbero scrivere libri su questo messicano accigliato e silenzioso che ha deciso di prendersi il tetto del mondo senza piegarsi mai. Com’è che dicevano in quel bel film con Tom Hanks? “Stoiki mugik”. Calzante.

Antonino Rendina


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