F1 | GP d’Italia, Ricciardo: una vittoria che “significa tutto”

L'australiano torna al successo sul circuito di Monza controllando la corsa con grande autorità

F1 | GP d’Italia, Ricciardo: una vittoria che “significa tutto”

“Questa vittoria significa tutto. Sicuramente cerco di non fare o dettare la mia felicità di vita intorno allo sport, perché sono passati tre anni e mezzo da quando ho vinto l’ultima volta, quindi sarei abbastanza infelice la maggior parte del tempo se basassi la mia felicità sul vincere le gare. Penso che siano successe molte cose dopo Monaco 2018, quindi essere di nuovo qui a festeggiare in questo momento che è il motivo per cui amiamo lo sport.” Così Daniel Ricciardo ha raccontato le sue sensazioni dopo aver portato la sua MCL35M davanti a tutti sotto la bandiera a scacchi di Monza, restituendo alla McLaren una vittoria che mancava da nove anni. Un dolce successo, che la squadra di Woking aveva già sfiorato tale impresa nella passata stagione proprio sul circuito brianzolo. Questa volta, però, è arrivato quel trionfo che gli uomini e le donne della squadra di Woking aspettavano da tanto tempo, con una corsa controllata con autorità dall’inizio alla fine, sfruttando i punti di forza della propria vettura e gli errori degli avversari, in un weekend in cui il team inglese non ha commesso sbavature.

A completare l’opera è stato il compagno di squadra dell’australiano, Lando Norris, bravo nel tenere a lungo Lewis Hamilton alle proprie spalle nella metà iniziale di gara, prima che l’incidente del pilota Mercedes con Max Verstappen lasciasse strada libera ad una doppietta McLaren. Una giornata impeccabile, in cui il team “papaya” non si è lasciato sfuggire una delle occasioni più importanti della propria stagione, su una pista che ben si sposava con le caratteristiche della propria vettura, efficiente e rapida sui rettilinei, senza sacrificare eccessivamente il bilanciamento in curva.

Allo spegnimento dei semafori, Ricciardo era stato in grado di prendere rapidamente la testa della corsa sopravanzando Verstappen, il quale non era stato autore di uno scatto altrettanto convincente dalla prima casella nella fase di rilascio frizione. Approfittando della scia, anche Norris si era fatto minaccio tentando un attacco nei confronti del pilota della Red Bull, incontrando tuttavia le resistenze di quest’ultimo, che aveva tentato immediatamente di chiudere la porta al rivale una volta compreso in quale direzione si sarebbe mosso il britannico. Tutto ciò non aveva fatto altro che favorire il terzo incomodo della situazione, Lewis Hamilton, bravo a rimanere il quanto più possibile lontano da guai per sfruttare appieno la scia che Ricciardo gli stava involontariamente offrendo: allungando la staccata, il portacolori della Mercedes era riuscito a posizionarsi esattamente dove avrebbe voluto, al contrario di Lando che, dato il poco spazio a disposizione, non aveva potuto fare altro che concedere l’interno per tentare di difendersi senza successo durante la percorrenza della chicane.

Ma in un primo giro così movimentato e ricco d’azione come lo è stato quello del Gran Premio d’Italia, la situazione sarebbe cambiata ancora. Infatti, nel tentativo di concludere un sorpasso all’esterno di curva quattro, Hamilton e Verstappen erano giunti al contatto, con il sette volte campione del mondo che era stato costretto a prendere la via di fuga e perdere nuovamente la posizione sul connazionale della McLaren, il quale non si era fatto sfuggire l’opportunità ritornando così al terzo posto. Episodi che avevano permesso a Ricciardo di aumentare il proprio vantaggio prima dell’entrata della Virtual Safety Car fino ad un secondo e mezzo, un gap sufficiente per prendere fiato e non dover stressare eccessivamente la parte ibrida in un tentativo di difesa. Allo scadere del periodo di neutralizzazione, il distacco tra i due era rimasto invariato ma con l’attivazione dell’ala mobile nei passaggi successivi, Max avrebbe avuto modo di riavvicinarsi al battistrada, tornando sotto il secondo. Sin dal venerdì, la RB16B aveva optato per un set-up piuttosto estremo, con un’ala posteriore particolarmente scarica che gli consentisse di poter pareggiare sui lunghi rettilinei le velocità massime dei propri rivali in particolare in qualifica, per quanto ciò andasse a ripercuotersi in curva, dove la monoposto di Milton Keynes aveva dimostrato già durante le prime prove libere alcuni problemi di bilanciamento complessivo, in particolar modo nelle chicane più lente. Per quanto il DRS, quindi, avrebbe potuto essere un’arma in più a favore del pilota di Hasselt, quella differenza prestazionale in curva, unito all’effetto negativo dell’aria sporca, allo stesso sarebbe stato il vero punto di forza della McLaren. Un comportamento ben evidente sin dai primissimi giri, che aveva reso estremamente complicato per l’olandese riuscire a trovare quello spunto necessario per diventare una seria minaccia, soprattutto perché quanto recuperato sugli allunghi sfruttando l’ala mobile in buona parta andava a compensare quanto perso in precedenza. Ciò lo si poteva riscontrare, in particolar modo, alla Parabolica, uno dei tratti più selettivi del tracciato, dove perdere terreno può fare la differenza tra l’avere l’opportunità di attaccare sul rettilineo principale oppure il dover rimanere a distanza. Ed era proprio in punti come questo che Daniel era in grado di fare la differenza, portando spesso anche 10km/h orari in più di velocità in entrata e in percorrenza nonostante traiettorie sostanzialmente equiparabili a quelle del rivale, mantenendo quel vantaggio anche in uscita dall’ultima curva e nella prima parte dell’allungo successivo. Complice la posizione piuttosto avanzata della linea di attivazione del DRS, ben 115m dopo il traguardo, era quindi facile comprendere il perché Max non riuscisse a rendersi mai davvero pericoloso, limitando il suo guadagnano solamente all’ultima parte dell’allungo, quando era ormai troppo tardi per pensare di attaccare il battistrada. Per quanto questa condotta fosse riscontrabile nella sua massima espressione soprattutto alla Parabolica, la curva recentemente intitolata a Michele Alboreto non era l’unico tratto in cui l’australiano riusciva ad imporre il proprio dominio, in quanto lo stesso si verificava anche in quelle zone in cui si richiedeva una buona stabilità e carico aerodinamico, come le due Lesmo e l’Ascari, dove Verstappen era spesso costretto a lottare contro il volante per gestire lo scivolamento del retrotreno.

Tutto ciò a dimostrazione che non solo Daniel potesse contare su una vettura con una buona efficienza complessiva, ma anche che il numero 33 stesse pagando un prezzo importante per la necessità di rimanere così vicino al leader della corsa. Ben consapevole che un sorpasso in pista non sembrava un’opzione così fattibile, infatti, per l’alfiere della Red Bull la missione era quella di mantenersi quanto più possibile nella scia di Ricciardo, per poi tentare il l’assalto decisivo nel momento della sosta, anticipando il pit stop per effettuare un undercut e sperare che ciò si rivelasse sufficiente per prendere la testa della corsa: per quanto ciò non avrebbe sicuramente rappresentato una garanzia di vittoria, lo scenario della corsa si sarebbe ribaltato, dando al pilota di Hasselt l’opportunità di imporre il suo ritmo in aria pulita, e non di dover inseguire gli avversari.

Se nella prima parte di gara Ricciardo non aveva avuto grosse difficoltà nel gestire la corsa, mantenendo un passo costante ma sufficiente per tenere a distanza di sicurezza il suo rivale più diretto, con il progredire della corsa, il degrado delle gomme posteriori iniziava a farsi sempre più importante e, da metà in poi del primo stint, diversi piloti avevano iniziato a riportare delle difficoltà in questo senso. Sotto questo aspetto, anche il leader aveva mostrato qualche segnale di cedimento, tentando di rimediare con una gestione più oculata del retrotreno in particolar modo in quei tratti che mettevano particolarmente sotto sforzo la posteriore sinistra, come le due Lesmo e la Parabolica: “Sì, voglio dire, ovviamente ha funzionato bene per me ieri e sapevo… Per essere onesti, anche se siamo passati in testa alla partenza, non c’era mai la garanzia che avremmo comandato tutta la gara, ma sono stato in grado di tenere duro davanti durante il primo stint. Non direi che avevamo una mega velocità, ma era abbastanza per tenere Max dietro” – ha spiegato il numero 3 durante la conferenza stampa, illustrando la sua condotta di gara nel primo stint -. “Ci sono stati alcuni giri in cui si è avvicinato, ma non ho mai dovuto difendermi veramente. Era lì, ma sapevo che se non avessi fatto un errore sarebbe stato difficile per lui passare. Penso che il punto in cui mi sono sentito un po’ vulnerabile è stato alla fine di quello stint, quando le gomme stavano andando perdendo grip, ma credo che anche gli altri stessero soffrendo. Quindi nella mia testa pensavo che saremmo stati vulnerabili in quel momento.”

Proprio per questo motivo, per gli strateghi McLaren sarebbe stato fondamentale individuare il momento corretto in cui effettuare quella che avrebbe dovuto essere l’unica sosta, in modo da bilanciare al meglio i due stint in termini di durata. Un’opportunità che si era presentata all’inizio del ventunesimo giro, quando Verstappen era arrivato al bloccaggio dell’anteriore sinistra in frenata, dovendo così tagliare la chicane: un errore che non solo gli aveva fatto perdere contatto dal leader, portando il suo distacco ad oltre un secondo e mezzo, ma che lo aveva anche privato dell’opportunità di sfruttare il DRS, perdendo così quei 12-13 km/h di velocità in più che garantiva l’ala mobile sul rettilineo principale. Un insieme di elementi che avrebbe potuto mettere a rischio quella che era la strategia della Red Bull, ovvero sfruttare il momento del pit stop per tentare un undercut e prendere la testa della corsa, ma che aveva messo in modo quella della McLaren, che stava monitorando da vicino il distacco da Sainz, al limite di quella che sarebbe stata la pit window. Per i tecnici di Woking, tuttavia, si trattava di una finestra troppo ghiotta per non sfruttarla rapidamente e, complice il degrado riscontrato nei giri precedenti alla sosta, il team aveva deciso di richiamare Ricciardo ai box alla fine della ventiduesima tornata con una chiamata dell’ultimo secondo, dopo l’Ascari, in modo da anticipare i rivali di Milton Keynes: “”Mi sono fermato ai box e penso che anche tutti gli altri si siano fermati, quindi penso che stessimo tutti lottando con il grip nello stesso momento. Ed è stato allora, quando siamo tornati in testa dopo il pit stop, che mi sono detto ‘va bene, ce l’abbiamo fatta oggi’, a meno che non succeda qualcosa di sfortunato, possiamo davvero vincere questa gara”, ha poi aggiunto il numero 3 nelle interviste. Una decisione che si è poi rivelata quella corretta, perché nel medesimo passaggio anche la Red Bull aveva aperto la radio per far rientrare il proprio portacolori, per poi annullare la chiamata nel momento in cui gli strateghi avevano realizzato che ad entrare in pit lane sarebbe stato Ricciardo. Un pit stop che sarebbe giunto solamente nella tornata successiva, ma che non gli avrebbe permesso di uscire davanti, dato che Daniel avrebbe mantenuto un leggero vantaggio: a mettere la parola fine sulle ambizioni di Verstappen, tuttavia, era stata una sosta al rallentatore dei suoi meccanici, che non avevano premuto un pulsante di conferma una volta completata la sostituzione degli pneumatici, rimandando il proprio pilota di punta in pista nel traffico e ad oltre dieci secondi dal leader virtuale.

Con una gara che si stava ormai indirizzando nella giusta direzione, la minaccia più concreta non era più quella di Verstappen, bensì quella di Hamilton. Il pilota della Mercedes, infatti, aveva optato per una strategia differenziata alla partenza, decidendo di prendere il via non sulla media come la maggior parte dei suoi rivali, bensì sulla mescola più dura, in modo da allungare il primo stint e provare un’ultima parte di gara tutta all’attacco. Superare le due MCL35M non sarebbe stato semplice, tanto che lo stesso Hamilton era riuscito a sorprendere Norris solo sul finale del primo stint, quando gli pneumatici del britannico erano ormai giunti al limite, ma si trattava di una possibilità di cui gli strateghi avrebbero dovuto tenere conto. In una corsa così movimentata, la lunga sosta ai box di Verstappen aveva cambiato nuovamente gli scenari, spingendo Mercedes, ingolosita dall’opportunità di uscirgli davanti, ad anticipare il pit-stop senza creare un vero off-set, che avrebbe potuto rivelarsi l’arma vincente sul finale del Gran Premio. Inoltre, Lewis sarebbe tornato in pista dietro Norris, dovendo così ricominciare da capo quanto costruito in precedenza, mentre in testa Ricciardo poteva godere un vantaggio di quasi dieci secondi. L’incidente con l’olandese della Red Bull, però, aveva definitivamente messo fuori gioco entrambi, lasciando campo libero alle due McLaren di potersi giocare una doppietta che, per quanto insperata alla vigilia, sembrava un sogno a portata di mano.

Alla ripartenza dopo l’uscita della vettura di sicurezza, Daniel aveva subito preso il proprio ritmo, cercando un passo confortevole e costante, che non lo portasse a dover spendere più di quanto sentisse fosse necessario. Una condotta di gara che aveva colto anche l’attenzione del compagno di squadra, il quale, dopo essere riuscito a sopravanzare Leclerc nella lotta per il secondo posto, aveva chiesto in più occasioni al team di aumentare il ritmo, in modo non da poter staccare Perez e mettere al riparo una doppietta che stava maturando lentamente, ma anche indirettamente di avere l’opportunità di poter lottare concretamente per il successo di tappa.

Consapevole che, a meno di eventuali errori, per il messicano della Red Bull sarebbe stata una sfida ardua riuscire a completare la manovra, il muretto McLaren aveva chiesto al proprio portacolori britannico di mantenere la posizione, senza tentare di avvicinarsi più del dovuto. Che il ritmo mantenuto in testa non fosse velocissimo era chiaro, anche perché i tempi non erano poi così distanti da quelli segnati ad inizio gara, nonostante un delta in termini di carburante importante, ben superiore al secondo, ma lasciava ben intendere che quello non fosse il vero potenziale della MCL35M. Non vi era alcuna necessità di spingere ed arrivare al limite, anzi, paradossalmente fornire la scia al proprio compagno di squadra era una soluzione di per sé logica per garantirgli una carta in più per difendersi, rimanendo comunque ad una distanza di sicurezza, in particolare nel momento in cui una bandiera gialla aveva imposto un distacco tra i due di quasi due secondi. Che le McLaren avessero ancora qualcosa nel taschino, lo si era visto proprio negli ultimi passaggi, quando i tempi si erano abbassati, non solo puntando su un utilizzo più deciso delle coperture, ma anche su mappature leggermente più aggressive, che nell’ultimo giro gli avevano permesso di segnare i cronologi più rapidi dell’intera corsa.

Uno dei trionfi più dolci per la squadra inglese, che dopo stagioni ricche di alti e bassi, negli ultimi anni ha cercato di porre delle fondamenta solide per il suo futuro, conquistando punti preziosi per la lotta al terzo posto nel mondiale costruttori contro la Ferrari. Un successo che arriva dopo una prima metà di campionato in cui Ricciardo in diverse occasioni non è riuscito a trovare il giusto feeling con la monoposto, soprattutto in quei tratti di pista dove vi è il rischio di soffrire di sottosterzo e far fatica nel chiudere la traiettoria. Con una vettura ben bilanciata come lo era a Monza, su un tracciato ricco di curve veloci dove la fase di rotazione non è così vitale come in altri appuntamenti permettendogli di portare molta velocità percorrenza, Daniel ha dato il meglio, un segnale a sé stesso e agli altri. Pensare che tutto sia cambiato è difficile e probabilmente irrealistico, ma la speranza è che gara dopo gara in questo finale di campionato, l’australiano possa trovarsi sempre più a suo agio con una monoposto estremamente particolare, raccogliendo altre soddisfazioni.

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