F1 | Binotto: “Audi come Ferrari? Non vince dal 2008”. La lezione di chi ha contribuito a questo digiuno

"Durante la mia permanenza alla Ferrari ho riscontrato una totale assenza di processi strutturati; si procedeva per tentativi", ha aggiunto

F1 | Binotto: “Audi come Ferrari? Non vince dal 2008”. La lezione di chi ha contribuito a questo digiuno

Le dichiarazioni rilasciate da Mattia Binotto a L’Equipe hanno il sapore di un regolamento di conti che l’ingegnere reggiano sembrava covare da tempo. Oggi a capo del progetto Formula 1 di Audi, l’ingegnere reggiano è tornato a parlare del suo passato a Maranello, e lo ha fatto senza troppi giri di parole, lanciando quella che si può definire una vera e propria bordata nei confronti della Scuderia che lo ha cresciuto e che ha guidato come team principal dal 2019 al 2022.

La sua analisi parte da una distinzione netta tra la cultura “latina” trovata in Italia e quella “tedesca” che sta costruendo a Ingolstadt. Certo, leggere certe critiche da chi ha gestito la Ferrari in uno dei periodi più bui della sua storia recente fa quantomeno sorridere. Binotto è stato il timoniere di una gestione che ha fallito su più fronti: tecnico, comunicativo e politico. Non si può dimenticare il caso del motore 2019, finito sotto indagine e poi “castrato” da un patto segreto con la FIA che costrinse la Rossa a un 2020 imbarazzante, dove persino la Haas (con tutto il rispetto) riusciva a sverniciare le vetture di Maranello in rettilineo.

La gestione dei piloti e l’eredità tecnica

Il quadriennio Binotto è stato segnato anche dalla gestione discutibile del rapporto tra Charles Leclerc e Carlos Sainz. Lo spagnolo, fortemente voluto proprio da Mattia, è stato spesso messo al centro delle strategie anche quando il monegasco era chiaramente l’unico a poter impensierire Verstappen per il mondiale. Casi come quello di Monaco, con una prima fila sprecata, o quello di Silverstone, dove la Safety Car penalizzò solo Leclerc per non averlo richiamato ai box a favore di Sainz, sono ancora impressi nella memoria dei tifosi, così come il famoso ditino a fine gara verso un Charles palesemente e giustamente arrabbiato per una decisione scellerata del muretto nei suoi confronti.

Per non parlare della SF-23 lasciata in eredità a Fred Vasseur: una vettura da mani nei capelli per aerodinamica e affidabilità, capace di mandare in penalità Leclerc già alla seconda gara in Arabia Saudita per il cambio di due centraline. Eppure, nonostante questi trascorsi, Binotto oggi si sente in grado di impartire lezioni.

Le parole di Binotto: “In Ferrari non c’erano processi”

Quando gli è stato chiesto se il suo obiettivo fosse quello di trasformare l’Audi in una superpotenza sul modello della Ferrari, l’ingegnere italiano ha risposto in modo spiazzante, sottolineando come la bacheca di Maranello sia vuota dal punto di vista iridato ormai dal lontano 2008.

Mattia Binotto ha commentato così la differenza tra le due realtà: “Perché dovrei farlo? Non vincono nulla dal 2008, mentre io voglio che l’Audi vinca. Prima di lasciare la Ferrari ho visto delle cose, e questo mi ha permesso di fare dei confronti. Certamente non si possono cambiare le cose in un giorno e sono molto contento di vedere come lavora il team, ma per quanto riguarda il motore, sono consapevole che non potremo essere i migliori quest’anno, ci vorrà tempo”.

Proseguendo nella sua analisi, Binotto ha puntato il dito contro la cultura lavorativa latina, contrapponendola a quella germanica che sta trovando nella sua nuova avventura in Audi: “In questa nuova sfida non mi trovo di fronte a compiti più complessi, ma certamente molto differenti. A cambiare radicalmente è la cultura aziendale, che qui non ha nulla a che fare con quella latina”.

“Durante la mia permanenza alla Ferrari ho riscontrato una totale assenza di processi strutturati; si procedeva per tentativi, senza una reale organizzazione. Non esisteva un piano d’azione definito per arrivare al successo, mentre qui in Audi, dove regna una mentalità più tedesca e svizzera, la pianificazione viene prima di tutto. In questa struttura non si muove un passo se prima non c’è una strategia approvata”.

Il piano quinquennale per la vetta

Binotto non si è limitato alle critiche, ma ha esposto quella che è la visione metodica di Audi per scalare le gerarchie della Formula 1. Una tabella di marcia che non ammette improvvisazioni e che punta a portare la casa dei quattro anelli sul tetto del mondo entro la fine del decennio.

Mattia Binotto ha spiegato la roadmap tecnica del progetto: “Abbiamo strutturato un piano quinquennale molto rigoroso: i primi tre anni saranno dedicati interamente alla costruzione e allo sviluppo, mentre i successivi due serviranno a consolidare la struttura per arrivare finalmente a lottare per il titolo mondiale. Per gestire questa mole di lavoro, abbiamo messo in piedi almeno 57 progetti distinti, ognuno dei quali prevede scadenze e tappe obbligatorie che devono essere rispettate con la massima precisione”.

Sentire queste parole da chi è stato protagonista di un fallimento tecnico e comunicativo nel recente passato del Cavallino fa riflettere. Se in Ferrari i processi non esistevano, verrebbe da chiedere chi avrebbe dovuto implementarli in quegli anni di gestione solitaria al comando della Gestione Sportiva. Chiaro, la dirigenza non è esente da colpe, lo abbiamo scritto e riscritto centinaia di volte in quel periodo, basta fare una ricerca sul nostro sito, ma certe situazioni non sono state gestite bene da Binotto stesso in prima persona.

Speriamo per l’Audi che questi 57 progetti portino davvero ai risultati sperati, ma l’auspicio è che certi toni e certe uscite vengano evitati, soprattutto dopo i disastri lasciati alle spalle. La Formula 1 è fatta di risultati, e al momento quelli di Binotto dicono che la sua gestione non ha fatto altro che alimentare il digiuno cominciato nel 2008.

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