Capitan Vettel e il vascello ritrovato, e ben venga un po’ di sana rivalità con Charles

Il ritorno alla vittoria di Vettel è un messaggio piuttosto chiaro, e due piloti in forma possono fare le fortune del team

Capitan Vettel e il vascello ritrovato, e ben venga un po’ di sana rivalità con Charles

Il GP di Singapore è una storia di capitani e di onde lunghe, di pirati e di bottini, di emozioni, passione, e delusioni. E’ il racconto di un Capitano che vagava per mari solitari da più di un anno, chiuso in una triste malinconia, spenta qua e là da qualche lampo di vita o qualche battuta di spirito.

Serviva un porto asiatico, una vera baia di pirati, affinché quel Capitano, che chiameremo per comodità Sebastian, ritrovasse la sua ciurma e il suo vascello, il bottino – sotto forma di trofeo del primo posto – e desse urbe et orbi una dimostrazione di forza, competitività, fame, tale da prendere in contropiede un po’ tutti, sia i detrattori pronti a portare il tedesco sul patibolo sia gli amici di sempre, assuefatti però ad una versione di Seb in la minore.

Il Capitano non se l’è fatto dire due volte, come Jack Sparrow che ritrova la Perla Nera, lui ha ritrovato il suo gioiello rosso, e ha deciso di farlo in modo eclatante, sorprendendo avversari e forse la sua stessa squadra, trasformando una processione di traghetti a vapore in una gara di offshore. Serviva un gesto di discontinuità, un fulmine (a ciel sereno) che desse la scossa giusta. Un giro, uno solo, ma fenomenale, con sei decimi rifilati nel settore centrale del giro di uscita dai box proprio al compagno Predestinato, al quel talentino che emerge, divora, monopolizza.

Ed è proprio Leclerc ad agitare la Scuderia in una domenica di festa. In un back to back che dall’oceano indiano porterà il circus sulle rive del Mar Nero, località Soçi, ironia della sorte perché proprio ferraristi ad oggi sembrano meno compagnoni. La pace (armata) è bella e finita. Charles si è sentito depredato di una vittoria facile facile, costruita al sabato con una fiammata di classe in qualifica. Sensazionale, eppure non è bastata. Perché la Ferrari, finalmente ambiziosa, competitiva dovunque, incollata a terra nelle curve lente, ha fiutato il magico odore della doppietta e ha indovinato la strategia migliore per il bene del team.

Il resto ce l’ha messo Vettel, perché nessuno poteva davvero aspettarsi un outlap così feroce, da cannibale, di schumacheriana memoria. Un giro a vita persa per vincere la più lunga e difficile delle gare, per imporsi da leader e da quattro volte campione del mondo, per poi commuoversi e sventolare sul podio il proprio vessillo con fierezza. Da vero capitano. Ma sulla bandiera non c’era un teschio, solo la scritta Essere Ferrari.

Perché Maranello viene prima di tutto, e Leclerc lo ha capito, dimostrando maturità e lucidità a freddo, anche se lo sguardo imbronciato sul podio e le parole dette via radio sono tutto un programma. Quasi amici, mai nemici. Ben venga una sana rivalità interna che faccia da sprone ai due alfieri e migliori l’intero team, purché sia un confronto leale e mediato dal saggio ed equilibrato Binotto, nei limiti dell’interesse superiore della scuderia.

Antonino Rendina


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