Kyalami ’77: la tragedia di Tom Pryce

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Kyalami ’77: la tragedia di Tom Pryce

Quando accade un fatto molto grave, così duro da digerire ed in grado di sconvolgere l’opinione pubblica, spesso ci si chiede se evitarlo sarebbe stato possibile. Ciò che successe il 5 marzo del 1977 presso il circuito di Kyalami è uno di questi.

Nel primo weekend del mese di marzo si corse infatti il Gran Premio del Sud Africa, terza prova stagionale dopo quelle di Argentina e Brasile. Il sabato a conquistare la pole position fu James Hunt con la McLaren motorizzata Cosworth, seguito da Carlos Pace (Brabham) e Niki Lauda (Ferrari). Il giorno seguente la gara prese il via regolarmente, con tutte e 23 le vetture schierate partenti. Sin dai primi giri la lotta fu tra Lauda e Hunt, con l’austriaco che al 7° giro ebbe la meglio su “The Shunt”, sfilandogli il comando.

Tutto procedette regolarmente in quella domenica primaverile segnata da uno splendido sole, quando alla ventunesima tornata la Shadow di Renzo Zorzi venne parcheggiata dall’italiano nella zona erbosa, posta di fronte ai box. La monoposto americana ebbe infatti problemi al serbatoio della benzina, che poco dopo causarono un piccolo ma pericoloso incendio, essendo l’automobile posta vicino al rettilineo ed agli stessi box. Proprio da qui sopraggiunsero due inservienti – non possiamo parlare di commissari di gara come oggi – con estintori alla mano per spegnere il focolaio. Non esisteva inoltre una vera e propria Safety Car che ricompattasse il gruppo rallentandolo, permettendo di svolgere azioni di pulizia senza che le persone addette ne venissero coinvolte.

Avvenne che il secondo dei due soccorritori, uno studente olandese di appena 19 anni, fu centrato in pieno dalla seconda Shadow ancora in gara, con alla guida Thomas “Tom” Maldwyn Pryce. Lungo il rettilineo infatti vi era un dosso, per cui ai piloti era impossibile notare – giungendo dal punto più alto – i due che stavano attraversando, non essendo nella linea d’orizzonte. Le prime due vetture giungenti, quella di Stuck e Laffite, riuscirono miracolosamente ad evitarli. Non fu così per Pryce che colpì il secondo giovane: l’impatto con l’alettone anteriore sventrò in due il corpo, facendolo cadere qualche metro più in là; fu una scena raccapricciante tanto che la salma martoriata venne coperta e portata immediatamente in obitorio, dove qualche ora più tardi venne fatto il riconoscimento per esclusione, essendo stati chiamati all’appello tutti gli inservienti; il corpo del giovane deceduto corrispose al nome di Frederik Jansen van Vuuren.

Nel frattempo la macchina di Pryce aveva proseguito nella sua corsa, ma seguendo una strana traiettoria: aveva infatti diminuito la velocità, sbandando sulla destra, uscendo di pista e strisciando contro il guard-rail. Venne superato dalla Ligier di Laffite, che non capì esattamente cosa stesse succedendo a bordo della vettura rivale. In prossimità della curva Crowthorne la Shadow rientrò in pista, centrando in pieno la vettura del francese, che stava completando l’uscita dal tornante. Trascinato fino alle reti di protezioni, Laffite ne uscì senza danni, se non un forte shock per quanto appena accaduto. Lì vicino intanto Pryce non dava segno di vita, con il casco reclino e le braccia appoggiate alle gambe. Il pilota gallese venne trasportato d’urgenza all’ospedale più vicino, dove ne venne costata la morte, ma non la causa.

Solo dopo parecchi minuti, mentre la gara continuava, se ne capirono le cause, anche grazie alle registrazioni fatte poco prima dalle emittenti televisive. Si apprese che l’estintore, portato sotto braccio dal ragazzo, aveva colpito esattamente il casco dello sfortunato Pryce, con un effetto devastante: se si pensa che la velocità al momento dell’impatto era di circa 280 km/h, la forza applicata dall’estintore (circa 20 kg di peso) sulla testa del pilota fu tale da ucciderlo sul colpo, provocando un fortissimo trauma cranico ed una parziale decapitazione. L’estintore invece, che aveva divelto anche il roll-bar della Shadow,  venne lanciato oltre le tribune, andando ad impattare contro una vettura parcheggiata all’interno del circuito, arrecandole ingenti danni.

Pochi giorni dopo verrà trasportato in patria ed inumato nella chiesa di San Bartolomeo di Otford, nel Kent.

Nella sua breve carriera in Formula Uno con la Shadow seppe cogliere due terzi posti, a conferma delle sue grandi doti velocistiche; il destino decise di portarselo via troppo presto, a soli 28 anni, insieme ad un semplice studente, con la sana passione per i motori ed ignaro del pericolo. Il vero successo di Pryce non derivò comunque dalla pista, ma dai valori che seppe trasmettere, dalla voglia e dalla grinta che ci metteva nei box, tanto che i meccanici del team dissero di lui una volta: ”É uno di noi. Vuole mangiare con noi e scherzare con noi. Non lo smuovi mai dai box.”

Per questo Tom Pryce merita di essere annoverato nell’olimpo dei grandi piloti che hanno calcato le scene del grande mondo della Formula Uno.

 

Andrea Villa

6th dicembre, 2013

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