F1 | GP di Spagna, Hamilton contro Verstappen: una gara agli opposti

Dagli stili di guida alle strategie: gli elementi che hanno deciso l'appuntamento spagnolo

F1 | GP di Spagna, Hamilton contro Verstappen: una gara agli opposti

Per la sesta volta in carriera, Lewis Hamilton si è aggiudicato la vittoria del Gran Premio di Spagna, raggiungendo così quota tre successi stagionali in un avvio di campionato che lo ha visto assoluto protagonista. Un appuntamento, quello in terra catalana, che in realtà non ha regalato grandi emozioni sul piano dello spettacolo, ma che ci ha consegnato un duello estremamente interessante dal punto di vista tecnico e strategico, mettendo in risalto i punti di forza e di debolezza di Mercedes e Red Bull, sia a livello di vettura che di team.

Da una parte, una W12 che, come si è visto più volte in questo avvio di stagione, fa dell’anteriore e della gestione delle gomme sulla lunga distanza due caratteristiche da cui trarre il massimo, dall’altra una RB16B che punta sulla qualifica per partire davanti ed essere in prima linea nella gestione della gara. Riscontri visibili in particolar modo durante lo scorso weekend quando, dopo aver riscontrato di non essere al livello dei rivali in termini di passo, gli ingegneri della squadra di Milton Keynes avevano puntato su un assetto più scarico per trarre il massimo dal giro singolo, nella speranza di qualificarsi in pole position e dettare il ritmo. Per quanto la missione in qualifica non avesse portato i risultati che si aspettava Red Bull, ottimo sorpasso da parte di Verstappen in curva uno aveva ribaltato la situazione e forse anche il destino della gara. O, quantomeno, così sembrava, perché dopo le prove del venerdì era divenuto ben chiaro che la prova di Barcellona si sarebbe decisa sulla lunga distanza, con la variabile strategia a farla da padrone: non era chiaro quale sarebbe stata la tattica vincente, se ad una o due soste, per cui sarebbe stato fondamentale riuscire a leggere l’evoluzione della corsa con grande precisione e reattività, interpretando al meglio ogni situazione che si sarebbe posta davanti. Un Gran Premio che, per quanto non abbia riservato grandi sorpassi, in realtà si è rivelato estremamente interessante, mettendo a nudo una gara completamente all’opposto per i due protagonisti.

La partenza

Allo scatto al via, Verstappen era subito riuscito a ripetere le gesta viste ad Imola poche settimane prima, sopravanzando in curva uno con una staccata particolarmente aggressiva il rivale della Mercedes, il quale si era invece schierato sulla griglia di partenza in pole position. Analizzando la partenza, è possibile osservare come l’olandese fosse stato protagonista di un ottimo rilascio frizione, fattore che gli aveva consentito di portarsi rapidamente in una posizione utile per sfruttare, anche se solo lievemente, l’effetto scia: grazie a questo espediente, il pilota della Red Bull era stato in grado di affiancarsi al battistrada, ponendo la sua gomma anteriore al livello di quella posteriore dell’alfiere della Mercedes. Tornando in aria libera, tuttavia, quel piccolo vantaggio di velocità ottenuto nei primi istanti era andato scemando, tanto che per tutto il resto del lungo rettilineo tra i due non si era riscontrata alcuna variazione di distanza. In quel momento sarebbe stato lecito attendersi una controreazione da parte di Hamilton, magari spostandosi verso l’interno per andare a coprire sul rivale, come in tante occasioni si era visto in passato in casi simili a Barcellona, cosa che in realtà non è avvenuta: così facendo, il sette volte campione del mondo aveva lasciato la porta aperta a Verstappen, concedendogli lo spazio necessario per tentare l’attacco, che in realtà non sarebbe stato semplice data la posizione di partenza dell’olandese, abbastanza arretrata rispetto al capoclassifica. Ciò non aveva scoraggiato il pilota della Red Bull, che con una manovra estremamente decisa, era riuscito a trovare lo spazio necessario per infilarsi e completare il sorpasso, portandosi così in testa alla corsa. Un attacco fondamentale per il numero 33, soprattutto pensando che ora avrebbe potuto essere lui a dettare il passo, trovandosi così in una situazione di virtuale vantaggio nei confronti dei suoi inseguitori.

Dopo le prove libere del venerdì, infatti, la consapevolezza di avere qualcosa in meno rispetto alla Mercedes sia sul giro secco che sul passo gara aveva spinto gli ingegneri della squadra di Milton Keynes a cambiare il set-up delle vetture, optando per un assetto più scarico in linea con quello con cui aveva disputato i primi tre appuntamenti stagionali, anche se ciò inevitabilmente sarebbe andato a compromettere, anche solo in minima parte, la vita delle gomme. Non si può dire che si trattasse di una scelta completamente al buio, dato che durante la terza sessione di prove libere Sergio Perez aveva provato sia la soluzione che sarebbe poi stata usata per il resto del fine settimana che quella ad alto-medio carico in un confronto diretto, ma l’impossibilità di avere dati sulla lunga distanza indubbiamente non ha aiutato con il senno di poi. Era però chiaro che, a quel punto, l’unica alternativa credibile per riuscire a vincere il Gran Premio sarebbe stata quella di puntare sulla qualifica, sperare di partire in testa e mantenere la prima posizione il più a lungo possibile imponendo il proprio ritmo, contando su velocità di punta maggiori e sulle caratteristiche del tracciato, che rendono estremamente complicati i sorpassi. Al contrario, Hamilton aveva puntato per un assetto non solo più carico, ma anche prevalentemente sottosterzante, il quale avrebbe potuto garantire maggiori benefici in gara, aiutando nella gestione degli pneumatici posteriori: “Con l’assetto che ho fatto avevo tanto sottosterzo, la macchina era ‘pigra’ nel curvare, non prendevo le curve come volevo. Ho dovuto attendere, con piccoli aggiustamenti ho cercato di far girare comunque la macchina, è stata una combinazione di fattori”, aveva dichiarato l’inglese al sabato.

Da qui si può comprendere l’importanza di quell’attacco e di quel sorpasso, il quale avrebbe potuto cambiare completamente il destino del Gran Premio. Grazie all’abilità della RB16B di essere più efficace sulle coperture nei primi chilometri, Verstappen era stato capace di conquistare con grande rapidità un piccolo vantaggio che lo avrebbe messo al riparo da un eventuale contrattacco con l’ala mobile nei giri successivi. I primi passaggi avevano visti i due mantenere un divario pressoché costante intorno al secondo e mezzo, anche se vi era da sottolineare come Verstappen avesse riportato dei piccoli problemi di mancanza di potenza in uscita da curva 10 in quarta marcia, situazione che in realtà si era già verificata in maniera piuttosto similare solamente qualche settimana prima nella curva 13 di Portimao. L’entrata della vettura di sicurezza alla fine della settima tornata a causa dei problemi riscontrati da Yuki Tsunoda aveva nuovamente azzerato la situazione, dando così a Hamilton la possibilità di riavvicinarsi. Un’insidia scongiurata con un’ottima ripartenza da parte dell’alfiere della Red Bull, che aveva scelto il momento migliore in cui riprendere il ritmo, ovvero alla chicane, staccando immediatamente il gruppo alla proprie spalle mentre il pilota della Mercedes aveva perso contatto in seguito ad un grosso sovrasterzo nelle ultime curve.

Il primo stint

Così come era avvenuto ad inizio gara, tuttavia, Hamilton era stato in grado di riportarsi velocemente negli scarichi della RB16B del pilota di Hasselt, senza però riuscire a trovare quel qualcosa in più nell’ultimo settore che gli concedesse l’opportunità di sfruttare al meglio il lungo rettilineo principale per completare il sorpasso. Una situazione vista e rivista a Barcellona, ma che era anche figlia del diverso approccio dei due contendenti in quella fase di gara. Mentre Hamilton puntava molto sull’anteriore, cercando di essere più incisivo in ingresso e nella prima fase di percorrenza, esaltando le qualità della W12, Verstappen aveva optato per uno stile completamente all’opposto, sacrificando l’entrata per favorire l’uscita dalle curve, in modo da poter trarre il massimo dagli allunghi e non sforzare eccessivamente né l’anteriore, né il posteriore in fase di rotazione. Compromessi necessari, soprattutto considerando le differenze a livello di assetto tra i due, ma che fino a quel momento avevano dato i risultati sperati per l’olandese, dato era stato in grado di mantenere la prima posizione.

La domanda era: sarebbe bastato? Osservando con attenzione l’andamento della corsa, era chiaro come dalla sua Hamilton sembrasse avere qualcosa in più, sia in termini di velocità che di gestione gomme, anche verso la la fine dello stint, nonostante avesse ormai percorso oltre venti passaggi nella scia del battistrada e fosse stato più aggressivo sugli pneumatici, in particolar modo in curva 3 e curva 9, come visibile dalla telemetria e come riportato dal muretto Red Bull. Proprio intorno a questo punto vale la pena spendere qualche ragionamento in più. Essendo rimasto davanti per tutto il primo stint, Verstappen aveva goduto della possibilità di dettare il ritmo, decidere quando spingere, oltre a dove e come salvare le coperture, il che si sarebbe rivelato estremamente prezioso pensando che la strategia corretta potesse essere quella ad una singola sosta, come diversi team avevano pianificato. Un comportamento ben visibile sin dai primi passaggi, ma che si era reso ancor più evidente verso la parte conclusiva del primo stint, quando l’olandese aveva iniziato ad alzare chiaramente il piede prima delle staccate che avrebbero potuto mettere sotto stress gli pneumatici. Ad esempio, osservando la telemetria del ventiduesimo passaggio, è possibile notare come Verstappen avesse iniziato ad effettuare del lift and coast nelle zone più impegnative, come curva uno, quattro, nove e dieci: difficile pensare che Max avesse grossi problemi di carburante, dato che quella di Barcellona non è una pista particolarmente severa sotto l’aspetto del consumo e che questo comportamento nel resto della corsa non si era presentato in maniera così estesa. In appuntamenti gravosi sotto il lato gestione gomme, non è poi così raro sentire gli ingegneri suggerire ai piloti operazioni proprio di lift and coast utili anche a preservare le coperture. Un dato rilevante, soprattutto se messo in relazione a Hamilton e alle sue linee, molto più aggressive, come è possibile osservare anche dall’immagine sottostante in curva dieci: dopo oltre venti passaggi, nonostante fosse rimasto in scia e avesse spinto meno sugli pneumatici, il sette volte campione del mondo era ancora in grado di riuscire a percorrere traiettorie molto più redditizie sotto l’aspetto cronometrico, il che poteva lasciar presagire come l’inglese, a pista libera, potesse effettivamente avere ancora qualcosa nel taschino.

Un’opportunità che era giunta solo qualche giro più tardi, quando alla fine del ventiquattresimo passaggio Verstappen aveva imboccato la pit lane per fermarsi ai box, lasciando sorpreso anche il suo team: “Sfortunatamente abbiamo avuto un pit stop lento dopo una comunicazione fraintesa, che ha portato Max a fermarsi un giro prima di quanto ci aspettassimo, ma fortunatamente la squadra ha reagito bene e questo ci ha permesso di ridurre al minimo il tempo perso”, ha poi spiegato Horner a fine gara. Un pit stop circa un secondo e mezzo più lento del normale, che aveva così concesso al pilota della Mercedes la chance di rimanere qualche giro in più in pista e creare quell’offeset che si sarebbe potuto rivelare fondamentale sul finale. Se già nella prima parte di gara l’alfiere della Red Bull aveva sofferto sulla lunga distanza, con un secondo stint così prolungato e una differenza a livello di vita delle gomme, era lecito aspettarsi che nelle fasi conclusive della corsa Verstappen potesse accusare il colpo, facilitando il compito del numero 44. Si trattava comunque di una mossa obbligata per la scuderia di Milton Keynes, in modo da proteggersi da un eventuale undercut, perché lasciare campo libero al rivale molto probabilmente avrebbe significato mettere la parola fine alle ambizioni di vittoria.

Ottenuta finalmente pista libera, Hamilton non si era lasciato pregare, spingendo sull’acceleratore. Nonostante qualche difficoltà nel doppiaggio di Mazepin, i tempi ottenuti avevano certificato come nel primo stint Lewis avesse effettivamente qualcosa in più in termini di passo. Chiaramente, tuttavia, era altrettanto importante mantenere un occhio al ritmo di Verstappen, il quale era riuscito a sfruttare appieno il vantaggio della gomma nuova per diminuire in maniera tangibile il distacco virtuale dal battistrada, riportandolo intorno ai sedici secondi nel momento della sosta del portacolori della Mercedes, avvenuta alla fine del ventottesimo giro.

Secondo stint

Quattro giri di offset che, sulla carta, potevano sembrare pochi, ma che in realtà avrebbero potuto rappresentare la chiave del successo del team anglo-tedesco. Nello spazio di pochi passaggi, l’inglese era riuscito a richiudere quel gap che si era venuto a creare dopo la sosta, riportandosi con una certa facilità negli scarichi della RB16B, complice anche il fatto che Verstappen fosse già in fase di gestione, come riscontrabile anche dai suoi team radio. Con una strategia di gara basata su una singola sosta e un lungo stint all’orizzonte, era chiaro il perché Max avesse dovuto iniziare a conservare gli pneumatici relativamente presto, nella speranza che ciò potesse bastare per portare a casa il trofeo più ambito. Dove risiedeva il problema? Così come si era potuto apprezzare nella prima parte della corsa, Hamilton sembrava aver qualcosa in più in termini di passo, ma le difficoltà nel riuscire a portare a termine il sorpasso lo ponevano nella stessa situazione riscontrata in precedenza: più veloce sulla carta, ma non abbastanza per riuscire a trovarsi sufficientemente vicino in uscita dall’ultima chicane per completare la manovra che gli avrebbe consegnato la testa della gara. Dopo oltre una decina di passaggi in una situazione di stallo, date le difficoltà nel riuscire a completare la manovra, a cambiare le sorti del Gran Premio era stato il muretto della Stella, con gli ingegneri che avevano optato per un cambio di strategia sfruttando il set in più di gomme medie che avevano lasciato da parte in vista della domenica: “Si trattava di qualcosa che avevamo monitorato per tutta la gara e una delle domande chiave riguardava il degrado delle coperture che stavamo riscontrato durante la corsa, leggermente più alto rispetto a quella che avevamo preventivano nelle nostre simulazioni prima di arrivare a Barcellona, che ponevano la strategia a due soste e quella a singola sosta molto vicine in termini di performance. Ciò che abbiamo notato inserendo i nuovi dati di degrado riscontrati durante la gara nelle nostre simulazioni, tuttavia, era che la tattica a due pit stop stava divenendo la soluzione vincente. Per questo, per gran parte del secondo stint, avevamo pensato a quale fosse il momento ideale per fermarci in modo da dare a Lewis l’opportunità di recuperare poi il tempo perso prima della bandiera a scacchi. Ma la decisione finale è giunta nel momento in cui abbiamo effettuato il pit stop”, ha poi spiegato Andrew Shovlin, Trackside Engineering Director della Mercedes. Un cambio di direzione assolutamente sensato, soprattutto perché Mercedes disponeva di tutti gli elementi utili per metterlo in pratica. Invertendo la situazione, infatti, Red Bull non avrebbe avuto questa opportunità, o meglio, sarebbe stato molto più complicato metterla in pratica, non solo perché disponevano solamente di un set di soft e di uno di hard, con quest’ultimo che sarebbe stato praticamente irrilevante date le scarse prestazioni del compound, ma anche perché nel momento del rientro in pista l’olandese si sarebbe anche ritrovato Bottas davanti, un avversario tosto su cui completare il sorpasso. A quel punto, Hamilton avrebbe avuto due alternative, ovvero rimanere in pista fino alla bandiera a scacchi, soluzione che non sembrava del tutto irrealistica, oppure seguire il rivale, fermarsi nuovamente e contare sulla presenza del finlandese per un utile gioco di squadra. Nel caso il numero 44 non fosse rientrato, vi sarebbe stato anche un altro fattore da tenere a mente: in che condizioni si sarebbe presentato il pilota di Hasselt al duello finale? Quando le sue coperture avrebbero risentito della rimonta e del duello con Bottas?

A pesare sulle ambizioni della Red Bull è stata senza dubbio la mancata presenza nell’equazione della variabile Sergio Perez, che si sarebbe rivelata utilissima nella lotta per la vittoria. Se il messicano si fosse trovato nella pit window del sette volte campione del mondo, Hamilton avrebbe avuto senza dubbio maggior difficoltà nel riuscire a portare a termine la rimonta, aggiungendo oltretutto il rischio di danneggiare i suoi pneumatici forzando la mano nella fase iniziale per completare il sorpasso su Perez. A quel punto, la soluzione più logica per il portacolori della Mercedes sarebbe stata quella di rimanere in pista, contando sul degrado degli pneumatici e sull’offeset creato in precedenza per portare l’attacco decisivo che gli avrebbe consegnato il trofeo del vincitore. Sfida indubbiamente ardua, ma comunque fattibile.

Come poteva reagire la Red Bull?

Con poche frecce nel proprio arco, come poteva dunque rispondere la Red Bull al cambio di strategia del campione inglese? Le alternative sostanzialmente erano due, ovvero andare avanti sino alla fine rispettando la tattica iniziale, oppure fermarsi a loro volta per montare il set a banda rossa nella speranza che il tempo a disposizione fosse sufficiente per uscire nuovamente davanti. Una scelta estremamente difficile, soprattutto pensando che non era del tutto chiaro se l’olandese disponesse o meno della finestra di tempo ideale per effettuare la seconda sosta senza perdere la posizione. Dopo un primo settore relativamente lento, infatti, Hamilton aveva colorato di viola gli altri due intertempi, diminuendo così il gap dal battistrada. Il tempo a disposizione per prendere una decisione era estremamente ridotto e non sarebbe stato sufficiente guardare solo gli schermi.

Nel momento in cui Verstappen sarebbe dovuto rientrare ai box, l’olandese avrebbe goduto di un gap di circa 23,2 secondi, il che sulla carata sarebbe stato sufficiente per tornare in pista davanti a tutti: il problema si poneva nel fatto che Hamilton non aveva ancora iniziato a percorrere l’ultimo settore, quello in cui il miglioramento grazie agli pneumatici nuovi sarebbe stato più tangibile. Quei 23,2 secondi, all’atto pratico, avrebbero potuto essere molti di meno, per cui per gli ingegneri Red Bull si trattava di ragionare in prospettiva più che sui dati reali. L’unico elemento a nostra disposizione è che, nel momento del passaggio sul traguardo alla fine del suo outlap, Lewis accusava un ritardo di circa 22 secondi e mezzo dal battistrada (che chiaramente non si era fermato), con un guadagno nell’ultimo settore di ben otto decimi. Ragionando in via ipotetica, quel vantaggio avrebbe anche potuto essere sufficiente per pensare di poter effettuare il pit-stop ed uscire nuovamente davanti, ma allo stesso tempo avrebbe messo l’olandese in una situazione limite, a cui probabilmente non troveremo mai una risposta. Un rischio che, evidentemente, Red Bull non era disposta a correre, tenendo anche a mente la presenza di Bottas come ostacolo aggiuntivo, motivazioni che l’avevano spinta a rimanere fuori e giocarsi le proprie chance fino alla bandiera a scacchi.

La rimonta e il sorpasso

Grazie alla grande differenza di passo garantita dal secondo set di coperture medie appena montato, Hamilton non aveva riscontrato grandi difficoltà nel riuscire a ricucire il distacco dal battistrada, nonostante, a dire il vero, il proprio compagno di squadra non gli avesse dato vita facile, rallentando il suo ritmo per circa uno/due giri. Un fattore quasi irrilevante per l’inglese all’atto pratico, che con ancora otto giri sul tabellone era riuscito a riportarsi negli scarichi di Verstappen grazie ad una differenza di passo attestabile intorno al secondo e mezzo.

Con un’olandese sempre più in difficolta nel gestire le coperture e un Hamilton all’attacco, questa volta portare a termine il sorpasso non si sarebbe rivelato così complicato come nelle due occasioni precedenti, tanto che il sette volte campione del mondo era riuscito a sbarazzarsi del rivale della Red Bull proprio nel giro in cui si era effettivamente ricongiunto alla testa della corsa, sfruttando appieno il DRS e i boost ibridi garantiti dalla propria vettura. A quel punto, con il successo ormai sfumato, l’unica opportunità rimasta a Verstappen era quella di tornare ai box, montare quel treno a banda rossa e puntare sulla conquista del punto aggiuntivo per il giro più rapido in gara: una mera consolazione ad una gara in cui aveva dato il massimo, ma che non si era rivelato sufficiente per arginare la reattività e le prestazioni del binomio Hamilton-Mercedes.

Un Gran Premio che sul piano dello spettacolo non si è dimostrato spettacolare, ma che ha fornito spunti di analisi estremamente interessanti. Su una pista che, sulla carta, era dalla parte della W12, la squadra di Stoccarda non ha deluso, centrando una vittoria di strategia ed austuzia. Dopo la posizione persa in partenza, che probabilmente ha dato una chiave lettura distorta della gara, riuscire a riprendersi la testa della corsa non sarebbe stato semplice, non tanto per una pura e mera questione di velocità, quanto perché le variabili in gioco potevano davvero fare la differenza. Riuscire a comprendere il degrado effettivo e la strategia più efficace era la chiave della corsa e, sotto questo aspetto, la Mercedes si è dimostrata ancora una volta la più scaltra, lasciando aperta la porta alla possibilità di variare in corsa la tattica di gara: così come in Bahrain, avere dalla propria un set in più di quella che si sarebbe rivelata la gomma più importante sulla lunga distanza ha permesso di fare scacco matto, lasciando la Red Bull a lottare con i propri errori e con le proprie mancanze. Per questo vanno fatti i complimenti anche a Verstappen, che ha fatto e tratto il massimo da una situazione da cui, di per sé, sarebbe stato difficile ottenere di più. Due gare agli opposti, dalla guida alle strategie, ma da cui Hamilton è uscito con ben quattordici lunghezze di vantaggio in classifica.

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