Adesso basta, Hamilton in Turchia non ha “vinto alla Schumacher”, ha vinto alla Hamilton

Le vittorie e i record del campione inglese non devono per forza essere costantemente paragonati a quelli di Schumi

Adesso basta, Hamilton in Turchia non ha “vinto alla Schumacher”, ha vinto alla Hamilton

E prima o poi il concetto dovrà pur essere chiaro e chiarificato, spogliato di un paragone costante che invero non ha ragion d’essere. Lewis Hamilton e Michael Schumacher sono due opposti che non si attraggono, ognuno ha fatto il suo personale percorso in F1, ognuno ha scritto la propria storia e i marchi di fabbrica sono del tutto diversi.

Lewis ha raggiunto Schumacher a quota sette mondiali, in realtà era solo una questione formale, per un campionato vinto da subito, dall’esito scritto, figuriamoci poi se l’unica “minaccia” era quel Bottas sempre più impresentabile. Il punto è che Hamilton in Turchia ha vinto una grande gara, legittimando ancora una volta le sue innumerevoli vittorie, dimostrando di essere un fuoriclasse, un’iradiddio del volante, di essere appunto – numeri alla mano – il più vincente della storia della F1.

Ma la narrazione dell’Hamilton vincitore e dominatore deve essere disarcionata dal costante, banale, retorico e noioso paragone con Michael Schumacher. Bisogna smetterla di cercare a tutti i costi il filo conduttore, le somiglianze, il passaggio di testimone che non c’è e non ci sarà. Per genesi, fatica, sudore, impatto emotivo e significati, Lewis e Schumi sono due poli opposti.

Ma visto che parliamo di F1 e quindi di guida di macchine ad altissima velocità, i due sono diversi anche nella guida. “Hamilton ha vinto alla Schumacher in Turchia”, no, basta con questi titoloni ad effetto. Lewis ha vinto una gara alla Lewis. Schumacher sul bagnato era divino, ma ogni pilota ha le sue qualità e Hamilton “balla” a modo suo. Per come la guida, per come la fa danzare tra le curve, per quella capacità innata di sentire l’asfalto e i suoi limiti, di armonizzare la guida quando l’aderenza è precaria, per come gestisce la monoposto quando si tratta di spingerla al limite guidando in punta di dita, sulle uova, Hamilton è unico, è il suo marchio di fabbrica, la sua è una danza armonica impressa nel Dna, è talento puro e non deve essere soggetto a paragoni di alcun tipo.

Sarebbe anche ora di recidere questo eterno filo conduttore che vuole la storia della F1 come un eterno corso e ricorso storico. Nel perenne paragone con Schumacher si fa un torto a Lewis Hamilton, lo si ridimensiona, associandolo a qualcosa di immanente, profondo ed eterno, qualcosa che è scolpito in una epoca sempre più lontana, snaturando l’autonomia e la diversità di successi che portano un loro personale timbro. Che è quello dell’Hamilton funambolo, personaggio, talento puro, ispirato dentro e fuori l’abitacolo, capace negli anni di frenare l’irruenza, di trasformare i continui bloccaggi in frenata in una perfetta gestione delle mescole, unendo la fantasia di guida alla pulizia, senza perdere però la sensibilità nel piede e il senso innato della traiettoria.

Schumacher e Hamilton condividono molti numeri e record, ma affermare che in Turchia Hamilton ha vinto alla Schumacher significa fare un torto ad entrambi. A Michael, che per quanto ha sudato, costruito, cementato, sofferto e vinto con la Ferrari, anno dopo anno, giro dopo giro, non potrà mai essere emulato. E allo stesso fenomeno inglese della Mercedes, che ha diritto di essere ricordato probabilmente come il più grande, almeno per il palmarés o quantomeno per questa epoca storica. E la narrazione sull’epopea Hamilton merita di vivere di vita propria, lo meritiamo tutti, mettendo da parte una retorica che ha francamente rotto le balle. Ripetiamolo insieme a mo’ di esercizio: Lewis Hamilton ha vinto in Turchia alla Lewis Hamilton.

Antonino Rendina


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