F1 | Valtteri Bottas e l’elogio della normalità

Il finlandese della Mercedes si è scrollato di dosso l'immagine del gregario remissivo e ideale

F1 | Valtteri Bottas e l’elogio della normalità

Decisamente non è lui l’Anonimo del Sublime, che poi in fondo un po’ anonimo lo è. Perché Valtteri Bottas è un pilota di F1 del tutto atipico, uno che quando vince quasi ti vuole chiedere scusa per averlo fatto, per il disturbo arrecato, un ragazzo di una compostezza caratteriale e di una gentilezza che rasentano la remissività.

A quasi trent’anni, e dinanzi ad un vero e proprio bivio per la sua carriera, il professionale e veloce Bottas ha dovuto cambiare passo, stile, imparando ad essere un po’ più cattivo in pista, staccando il biglietto di una determinazione e di una convinzione che spesso latitavano, luci ad intermittenza di un pilota troppo facilmente visto come la seconda guida ideale a portata di mano.

E dire che sul maggiordomo l’abbaglio era stato collettivo. Quasi ufficiale dai, se pensiamo alle parole ciniche, drastiche, quasi impietose di Toto Wolff, che l’ebbe a definire un perfetto wingman, uno scudiero ideale, il gregario per eccellenza, l’uomo che pedala come se non vi fosse un domani all’inizio della salita o della volata, ma guai a non lasciar strada al talento e alla gamba del capitano, a chi è stato designato per vincere e per trascinare.

E sulla scorta di un 2018 mortificante, ma tanto, fatto di sfighe sesquipedali e umiliazioni colossali per quel bene superiore chiamato team order il nostro antieroe per eccellenza, l’Anonimo e basta – il vituperato pilota che sembrava destinato a cedere dopo due GP il posto al talentino Esteban Ocon – si è fortificato, risorgendo e vincendo due GP su quattro, siglando due pole e mettendo in difficoltà nientepopodimeno che il suo amico-capitano-flagello-incubo Lewis Hamilton.

Bottas non è un eroe romantico, non ha il carisma travolgente di alcuni suoi colleghi, non avvicina nemmeno lontanamente la complessità e la spettacolarità dell’Hamilton uomo e pilota. E’ un condottiero che forse sente di voler comandare perché è nelle corde di un sogno da vincente (la sua trafila nelle categorie minori ha sempre parlato chiaro, non è arrivato in Mercedes perché “fermo”), ma al contempo resta un ragazzo semplice, di pochissime parole e ancora meno facili entusiasmi, lontano dalle luci della ribalta e dal senso di spettacolo.

Scrollarsi di dosso l’etichetta di seconda guida e rivaleggiare alla pari con quel mostro in terra di Hamilton – almeno per il momento, per il qui e ora e il futuro chissà – è la piccola splendida vittoria della normalità, del ciò che è senza apparire, della concretezza che rifugge dalla più fatalistica retorica. Non c’è destino, non c’è la grandezza del talento scritto, ci sono solo lavoro, tanto, su se stesso e con il team, e una splendida determinazione nel raggiungere gli obiettivi.

E’ l’Anonimo del Normale. che non sarà quel Sublime che appartiene al compagno di team candidato ad essere forse il più grande di sempre, ma che può oltremodo affascinare, se non destare la giusta dose di ammirazione, perché spesso il sacrificio e il lavoro, uniti ad una acquisita consapevolezza nei propri mezzi, possono trasformare l’ordinarietà in straordinarietà. Facendo ricredere tutti noi. Quanto sono lontane le battutine sugli ordini di squadra, vero?

Antonino Rendina


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