F1 | Danke Seb, per l’attimo vissuto

La carriera del tedesco è stata significativa ed emozionante, il suo ritiro è una parte di F1 e di noi che va via

F1 | Danke Seb, per l’attimo vissuto

Dum loquimur fugerit invida aetas, scriveva Orazio su quel tempo che scorre veloce e inesorabile, come se provasse invidia. E in un battito di ciglia sono passati così quattordici anni, fatti di campionati, vittorie, sconfitte. Ognuno di noi con la sua vita, più o meno difficile, accompagnati però nel viaggio dalla passione per questo sport fatto di mezzi meccanici e uomini (soli) al volante, raggomitolati in una tuta ignifuga, con guanti sporchi di grasso e il casco a schermire i pensieri dal frastuono del mondo circostante.

Il ritiro di Sebastian Vettel è uno spartiacque di sogni ed emozioni, è il pretesto per un momento di riflessione per chi la carriera del tedesco l’ha vissuta tutta, per chi ne ha saputo ammirare sia il talento cristallino, superiore, che apprezzare le qualità umane. Perché se parliamo di Sebastian è difficile stabilire se valga più l’uomo o il pilota.

Ed è partendo dal pilota Vettel che abbiamo accarezzato un sogno che poi non s’è realizzato, ma che ci ha lasciato dolcissimi ricordi. Il “tedeschino” implacabile degli anni della Red Bull, pilota spiritato sul giro secco e impietoso in gara, capace di vincere quattro mondiali di fila e due all’ultima gara contro quella Ferrari che amava e bramava, per poi inforcarla ebbro di entusiasmo nel segno del mentore Schumi, portando professionalità, abnegazione, cuore.

E risultati. Già il primo anno, con tre vittorie una più bella dell’altra, in Malesia, in Ungheria nel ricordo di Bianchi, a Singapore. Era ritornata la Ferrari e nel 2017 e 2018 è stato grazie a questo ragazzo dai modi gentili se abbiamo guardato di nuovo dentro un’emozione, sognando il lieto fine perfetto, il mondiale riportato a Maranello dall’allievo prediletto del più grande.

Non è andata così, ma mentre Seb maturava e rivelava sempre di più il suo carattere profondo, la sua sensibilità, la sua empatia verso i colleghi, sfoggiando una capigliatura in stile Björn Borg, più noi ricordavamo Montecarlo 2017, la vittoria con lo sterzo sbilenco a Budapest sempre nel 2017, Montreal 2018, Singapore 2019, le lacrime e la bandiera, quel monito a futura memoria sul legame con il Cavallino. Menzione a parte merita Montreal 2019, uno dei momenti più alti del Sebastian ferrarista, anticonformista, spontaneo, ribelle, ma sempre con quel sorriso sulle labbra.

Non è un caso che il grande rivale dell’epoca, Lewis Hamilton, ha finito per diventargli sinceramente amico. Il tempo ha lenito anche gli svarioni, gli errori, i mancati sviluppi e i malumori, il pessimo trattamento ricevuto nel 2020 da una Ferrari che non era più la “sua”, una Rossa che aveva già voltato abbondantemente pagina ma senza di fatto svoltare, come dimostrano anche i fatti più recenti.

Il crepuscolo in Aston Martin, un progetto rivelatosi ben diverso dalle attese, non rende onore alla carriera di Seb, ma soprattutto al fuoriclasse che è stato. Si perché Vettel è un fuoriclasse fin troppo sottovalutato. La capacità di traiettoria, la velocità innata, la bravura nel gestire le gomme – uno dei migliori ancora oggi – e la lettura della gara ne fanno meritevolmente un quattro volte iridato. Uno che – basta leggere le recenti interviste a Leclerc e all’ingegnere di pista Adami – ha portato anche a Maranello una metodologia di lavoro e una professionalità da cui tutti hanno tratto insegnamento. Un campione raro, che ha sublimato il genio di Adrian Newey in Red Bull grazie alle sue qualità di guida, e che ha risollevato e indirizzato la Ferrari finché ha potuto, finché eventi (anche drammatici) di ordine superiore non hanno fatto implodere la tanto amata Scuderia.

Con Vettel si ritira una parte della gioventù di molti di noi, in un modo o nell’altro rappresenta la fine di un’epoca per la stessa Formula 1. La vita per molti di noi sta cambiando velocemente e cambia velocemente anche la F1, più spettacolarizzata, esotica, piena di trovate strane che la rendono simile ad un videogioco o al wrestling, meno corsaiola, più incline a fare gare inutili di mezzora o svezzare tracciati anonimi che restare fedele alle origini, alla libertà progettuale, alla Competizione come presupposto del tutto. Una F1 certamente molto lontana da quella di quattordici anni fa. E allora va bene così, come diceva Orazio: carpe diem. E se la carriera di Sebastian è stata un attimo, la nostra fortuna è averlo vissuto.

Antonino Rendina


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