Mike Hawthorn – “Le Papillon” 2/2

Mike Hawthorn – “Le Papillon” 2/2

Mike concluse la stagione 1953 al quarto posto con 19 punti iridati. Era stato soprannominato “le Papillon” dopo la sua vittoria in Francia, e nonostante fosse considerato un grande pilota, alcuni lo accusavano di essere troppo abituato alle feste e a correre dietro alle ragazze. In Inghilterra i quotidiani cercavano continuamente degli scoop che lo riguardassero e venne addirittura accusato di avere disertato il servizio militare, quando invece era stato regolarmente respinto a causa di una malattia ai reni. Insomma, Mike era diventato una Star.

All’inizio del 1954, l’inglese fu vittima di un brutto incidente mentre per primo provava la nuova Ferrari sul circuito di Siracusa. Ne uscì vivo per miracolo, ma rimediò delle brutte ustioni su braccia e gambe. Un mese più tardi venne a mancare il padre Leslie, al quale Mike era profondamente legato: tutti questi avvenimenti lo spinsero in un tunnel di dubbi e scarsa costanza nei risultati in Formula 1. Infatti sebbene fece registrare tre secondi posti e una vittoria all’ultima gara della stagione in Spagna, da grande favorito, si dovette accontentare del terzo posto nella classifica piloti, guardando da lontano la Mercedes W196 di Fangio stravincere il mondiale.

Una scelta azzardata portò Mike a correre la stagione ’55 con la poco competitiva Vanwall, così lenta da fare cambiare idea all’inglese dopo poche gare. Decise così di tornare in Ferrari in coppia con Eugenio Castellotti, senza però ottenere risultati di rilievo. Inoltre in quell’anno partecipò alla edizione della 24 ore di Le Mans, con la Jaguar. Durante quella gara leggendaria ingaggiò un duello serrato di 3 ore con Fangio, e fu proprio Mike, durante quella lotta, ad innescare il terribile incidente di Pierre Lavegh sul rettilineo principale (nel quale restarono usccisi ben 83 spettatori). Il Team Mercedes decise di ritirarsi, mentre la Jaguar proseguì e andò a vincere in solitaria. Hawthorn vinse ma non fu una vittoria soddisfacente e in alcun modo gioiosa. La stagione ’56 fu all’incirca una fotocopia di quella deludente appena terminata: Mike corse con ben 3 Team diversi: la Vanwall, la BRM e la Maserati e si classificò dodicesimo con appena 4 punti iridati.

Queste delusioni in ambito sportivo con le altre scuderie lo portarono a scegliere ancora una volta la Ferrari per cercare di vincere una volta per tutte il tanto agognato mondiale. Nel team Ferrari trovò un accanito rivale in Luigi Musso, ma anche un fedele amico in Peter Collins. I due diventarono ben presto amici, anche per merito del loro carattere molto simile: si divertivano insieme a scherzare, a cercare ragazze e soprattutto a gareggiare furiosamente. I due inglesi, poi, avevano ingaggiato un particolare tipo di rivalità con il loro compagno di squadra italiano: si erano accordati per dividersi la somma della vincita nel caso uno dei due avesse vinto, in modo da non ostacolarsi troppo durante la gara. Si trattava in pratica di un due contro uno, nel quale il pilota italiano si ritrovò da solo contro i suoi due compagni di squadra. Mike chiuse la stagione al quarto posto, con 13 punti iridati conquistando due podi, in Inghilterra e in Germania.

Il 1958 fu l’anno buono. Mike si sentiva a casa in Ferrari. Nelle prime gare della stagione non ottenne nessuna vittoria, ma solamente dei buoni piazzamenti che gli permisero di arrivare a pari punti con Stirling Moss dopo la sua vittoria in Francia a Reims, quando di gare Moss ne aveva già vinte due. Il punto di svolta della stagione fu però il Gran Premio di Germania al Nurburgring. Mike vide morire il suo più caro amico e compagno di squadra Peter Collins mentre cercava di riacciuffare la Vanwall di Brooks appena andata in testa. Mike si ritirò dalla gara sconvolto. Meditava il ritiro immediato dalle competizioni. Correre non lo affascinava più, ormai aveva sperimentato in prima persona i pericoli del mondo delle competizioni automobilistiche.

“Se un pilota non ha il coraggio, l’ardire, il sangue freddo di cimentarsi su un tracciato come quello del Nurburgring è meglio che dica addio a questo sport. Peter Collins, che tutti noi ricordiamo con particolare affetto e rimpianto, sapeva tutto ciò, conosceva le difficoltà del circuito tedesco e non si sarebbe cimentato su di esso se non si fosse sentito in grado di farlo onorevolmente.” [Mike Hawthorn]

In quel momento di crisi fu fondamentale l’appoggio del suo amico e compagno di squadra Phill Hill, che lo convinse a continuare almeno per finire la stagione. Mike ottenne uno straordinario filotto di secondi posti nelle ultime gare della stagione che gli permise di rimanere in testa alla classifica nonostante le ulteriori due vittorie di Moss. In Portogallo vinse Moss, ma si dovette ritirare a Monza a causa di un guaio al cambio, mentre Hawthorn giunse ancora una volta secondo. Stesso copione anche per l’ultima gara in Marocco, dove vinse Stirling Moss, ma Hawthorn arrivò secondo anche grazie a Phill Hill, che gli lasciò strada verso la vittoria del mondiale per una sola lunghezza sul suo diretto avversario. Mike diventò il primo pilota britannico a vincere il campionato del mondo di Formula 1. Una celebrità che decise di ritirarsi all’apice della sua carriera.

“Meglio farsi chiedere perchè ti sei ritirato, piuttosto che sentirsi chiedere perchè non ti ritiri”[Mike Hawthorn]

Ora ritiratosi da quel mondo che gli aveva portato via i suoi amici migliori poteva finalmente godersi la vita. Ma il destino beffardo gli giocò l’ultimo dei suoi scherzi: il 22 gennaio 1959, appena pochi mesi dopo il suo ultimo gran premio Mike Hawthorn morì in un incidente stradale mentre guidava la sua auto verso Londra. Le circostanze sulla sua morte sono ancora molto oscure: dall’errore di guida su quella strada pericolosa e bagnata, al guasto meccanico, ad addirittura una gara clandestina con Rob Walker. Probabilmente, però,  l’incidente avvenne a causa di uno svenimento alla guida: Mike infatti soffriva di recente di svenimenti causati dai suoi problemi ai reni. La sua malattia lo stava portando via pian piano, e il destino era segnato: avrebbe vissuto più di tre anni ancora.

Matteo Bramati.

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